Nella notte il cane

L’incontro con un cane cambia lo sguardo: non allontana dagli uomini, ma riporta alle verità più elementari e misteriose della vita
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October 9, 2026
Cito da Nella notte il cane di Fabrizio Coscia: «Com’è successo che un bel giorno ho deciso di prendere un cane?». E poi: «Io che ho criticato spesso gli amici che ne avevano uno, la puzza di cane nelle loro macchine e nelle loro case, la fastidiosa incombenza di dover fingermi rilassato nell’accogliere le feste o l’ostilità (a seconda dei casi) dei loro animali quando ero ospite». Anche io la pensavo così, fino a quando non ho conosciuto Nino, un labrador palermitano dallo sguardo dolente e malinconico, esuberante e goffo come un ragazzone buono ma che pensa sempre d’averla fatta grossa. Sciascia era convinto che un grande amore per gli animali ne dissimulasse uno assai flebile per gli uomini. Non condivido.
Aveva ragione invece il mio maestro Luigi Baldacci: a differenza dell’uomo i cani – e nessuna creatura più di loro – sono in contatto senza mediazioni con la nostra misteriosa origine, in perfetta coincidenza col sistema dei bisogni, con le verità biologiche della vita insomma. Persino il D’Annunzio trionfale e nichilista l’aveva intuito. E negli anni della senescenza lo aveva espresso con lucida disperazione, nella chiusa di quella disperata poesia scritta per i suoi cani morti: «Ogni uomo nella culla/succia e sbava il suo dito/ogni uomo seppellito/è il cane del suo nulla».

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