Su Peter Handke

Handke, scrittore inclassificabile, trasforma osservazioni, citazioni e contraddizioni in pagine imprevedibili, capaci di cogliere con precisione la natura, la storia e i moti più nascosti dell’animo
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October 10, 2026
Di notte, davanti alla parete con l’ombra degli alberi ci restituisce benissimo talune indubbie qualità di Peter Handke: versatilità, inafferrabilità, inclassificabilità. Ho cominciato a capire bene che scrittore fosse dopo aver letto il Saggio sul luogo tranquillo (2012), dove, per parlare di questa entità metafisica e indefinibile (il «Luogo Tranquillo»), eppure concretissima, non esitava a citare, già dalle prime righe, il romanzo E le stelle stanno a guardare (1935), di un autore che ho adorato, ma oggi screditato ai piani alti delle Letteratura: lo scozzese Archibald Joseph Cronin. Handke ha la capacità di far tesoro dei materiali più diversi e sorprendenti, ogni volta che, fingendo di prenderla da lontano, arriva invece dritto al bersaglio come pochissimi altri. Sentite qua: «“Pieno d’odio”? No: vuoto d’odio».
E poi: «Una volta era un genio. E adesso? – È un esperto. Che decadenza!». Oppure: «Infanzia: ben poco era manifesto; invecchiare: crescente rivelazione». Da ultimo: «Fine estate: sono finite le fragole». Handke osserva il mondo con attenzione: la Natura e la Storia. Scruta dentro di sé: per registrare la minima scossa interiore. Non nasconde la più lieve contraddizione. Ogni citazione è buona se serve allo scopo. Ogni pagina resta sempre un’imprevedibile festa dell’intelligenza.

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