Menzogne e sortilegi

Elsa Morante cambia volto a ogni opera, passando dal mito familiare alla tragedia, fino alle inquietudini più oscure della maternità e della memoria
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October 14, 2026
Ha ragione Cesare Garboli quando, nella Fortuna critica che chiude il secondo volume delle Opere (1990) definisce la Morante come una scrittrice che ha la capacità «di apparire diversa a ogni suo appuntamento». In effetti: che rapporto può intercorrere tra L’isola d’Arturo (1957), venturoso e mediterraneo romanzo di formazione, incentrato sulla decostruzione d’una mitologia della paternità, e La Storia (1974), che è, per via incredibilmente melodrammatica, l’elaborazione d’un lutto, quello per il romanzo-romanzo di vocazione epica e popolare?
E che relazione ci può essere tra il mastodontico Menzogna e sortilegio, referto d’un Sud aristocratico e spettrale e la devastata e risentita, feroce disperazione di Aracoeli (1982), ove a imporsi è una dissacrata maternità, forse il suo capolavoro? Per infoltire il mistero, citerei quel racconto allucinato di Lo scialle andaluso (1963).
Mi riferisco a L’uomo dagli occhiali, ove uno stranissimo e inquietante personaggio, che ha perso la cognizione normale del tempo, aspetta una ragazza all’uscita di scuola, di cui è innamorato pazzo: ma la ragazza, proprio come certe figure femminili pascoliane, è già morta, mentre dialoga con una sua compagna di classe, rivelandole che è stato proprio quell’uomo a ucciderla. Da dove viene una scrittrice così?

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