
Che cosa è cambiato? Che cosa ha spinto il premier indiano Narendra Modi, dopo 12 anni di ostilità palesi e sotterranee all’America e di alleanza politica e commerciale con lo zar del Cremlino, a dichiararsi “vero amico” di Donald Trump? Ovvero del Trump 2.0, quello che fa affari con i nemici dopo averli battezzati tali con la sua bacchetta magica. Sacrificando tutto e tutti, come i cristiani che a parole difende (quando servono) o getta dalla rupe quando il voto ormai è passato?
Questo forse: il silenzio, insieme a quello del resto del mondo, sulla violazione di un diritto fondamentale, quello al credo religioso. La Casa Bianca degli ultimi due anni non si è mai espressa direttamente contro il Bharatiya Janata Party, di cui Modi è espressione e leader neanche quando palesemente venivano lesi i principi fondamentali che hanno come radice inestirpabile il “We the people” su cui si fondano i dettami legislativi a stelle e strisce. E tra questi la libertà religiosa.
Ma che cosa è successo? Alcune chiese a Mumbai, capitale finanziaria del colosso del subcontinente, e nei dintorni, hanno iniziato a chiedere ai fedeli di rilasciare una dichiarazione nero su bianco: "Sono venuto qui a pregare di mia spontanea volontà". Scrivono il loro nome, a volte aggiungono un numero di carta d'identità e firmano per dichiarare che nessuno li ha costretti o indotti a partecipare alla funzione religiosa. Questi moduli non hanno valore ufficiale. Le chiese li conservano nel caso in cui un incontro di preghiera venga contestato e i suoi organizzatori vengano accusati di tentare di convertire i presenti.
La pratica è iniziata alla fine di agosto, poco prima che entrasse in vigore una nuova legge contro le conversioni religiose nello Stato del Maharashtra, di cui Mumbai è la capitale.
La legge vieta le conversioni religiose ottenute con la forza, la frode, la coercizione o l'induzione. Richiede, inoltre, a quanti desiderano cambiare la propria fede volontariamente di darne preventiva comunicazione alle autorità. Una conversione illecita può comportare una pena detentiva fino a sette anni, che sale a dieci in caso di recidiva.
Leggi di questo genere sono applicate da tre anni anche in altri Stati della federazione, soprattutto a presenza musulmana importante. Anche i cristiani sono finiti nel mirino e adesso è toccato ai fedeli della zona più sviluppata economicamente del Paese. I critici affermano che la vaghezza del testo, le pene severe e i controlli rischiano di coinvolgere i pubblici poteri in una delle decisioni più “private” che una persona possa manifestare.
Sebbene la norma si applichi a tutte le religioni, la preoccupazione è più forte nei luoghi di culto frequentati dalle minoranze, soprattutto cristiane. Al centro del dibattito c'è una tensione di lunga data, legata ad accuse, solitamente mosse da gruppi di destra, secondo cui alcune persone sarebbero costrette o indotte a cambiare religione per ottenere vantaggi. Un proselitismo “economico”.
Devdan Tribhuvan, cristiano di quarta generazione, fa parte di un'organizzazione che fornisce assistenza legale alla comunità di Mumbai. Negli ultimi mesi, racconta ai media non controllati dal partito di governo, le persone si sono rivolte a lui sempre più spesso non per questioni giudiziarie, ma per raccontare di incontri di preghiera interrotti e per chiedere cosa fosse loro ancora possibile fare.
Alcuni hanno riferito di sconosciuti che entravano nelle chiese e interrogavano i presenti: "Come ti chiami? Perché sei qui? Qualcuno ti ha offerto qualcosa?". Chiaramente sono scarse, se non nulle, le azioni legali avviate dalle comunità cristiane e dai singoli fedeli. Anche perché la violenza è inevitabilmente il passo successivo. A luglio, un'inchiesta dell'Indian Express ha documentato cinque episodi di interruzione di incontri di preghiera cristiani a Mumbai tra aprile e luglio.
Ma la domanda fondamentale resta quella di Tribhuvan: «Il riunirsi per pregare è di per sé una conversione?».
Soprattutto a Mumbai il quesito è più che incalzante. La città è cresciuta attirando persone da tutta l'India e dall'estero, che hanno portato con sé le proprie credenze e rituali. Il rintocco delle campane di una chiesa può risuonare a poca distanza dalla chiamata alla preghiera del muezzin di una moschea.
Il Maharashtra è l'ultimo di oltre una quindicina di Stati ad aver introdotto restrizioni alla conversione religiosa. Le leggi differiscono tra loro, ma negli ultimi anni la loro portata si è ampliata, in particolare negli Stati governati dal Bharatiya Janata Party del primo ministro Modi. E diverse di queste leggi sono attualmente oggetto di ricorso alla Corte Suprema, che ritarda sempre più il suo pronunciamento.
Dietro a questa espansione si celano le affermazioni, da tempo avanzate da gruppi nazionalisti indù, secondo cui i cristiani userebbero denaro, istruzione o assistenza medica per allontanare le comunità povere e tribali dall'induismo, e che gli uomini musulmani corteggerebbero le donne indù per convertirle: lo chiamano il “jihad dell'amore". Quei matrimoni misti che sono il bersaglio principale dei fondamentalisti indù.
Leggendolo dall’esterno, il fenomeno appare ancora una volta come la facile strumentalizzazione dell’elemento religioso, da parte di una maggioranza che teme “contaminazioni”. Ma è molto profondo in una nazione in cui l’80 per cento della popolazione è induista, il 13 per cento musulmana e il 2,3 per cento cristiana. Quote, quindi, più discriminatorie che esplosive.
La saggezza abita però, forse, ancora nelle parole di Abhay Thipsay, giudice in pensione dell'Alta Corte di Mumbai, che ai tempi in cui esercitava si chiamava ancora Bombay: «Se un adulto ha il potere di prendere decisioni importanti, come ad esempio chi sposare, e gli è stato concesso il diritto di voto», sentenzia, «perché non dovrebbe avere il potere di scegliere il Dio in cui credere?».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire





