
Per prima cosa devo chiedervi tre volte scusa. Innanzitutto, perché uso la prima persona singolare per rivolgermi a voi lettori, cosa che in ogni scuola di giornalismo ti insegnano a non fare mai. La seconda perché l’idea non è mia, ma dell’edizione australiana di uno dei più bei giornali al mondo, il britannico Guardian. E la terza volta scusa lo devo ai lettori del quotidiano in lingua inglese che sono i veri protagonisti del successo della serie intitolata "La gentilezza degli sconosciuti", un’azzeccata citazione di un dialogo di Tennesse Williams in Un tram chiamato desiderio. Una semplice rubrica in cui i lettori inviano le loro storie di esperienze toccanti vissute con persone che non conoscevano. A volte un gesto casuale o un atto di generosità può cambiare il modo in cui vedi la tua giornata, o la tua vita. Sono centinaia ormai i testi raccolti e pubblicati. Per questo oggi “Cose dell’altro mondo”, come tra “infaticabili specchi”, come in un fantastico gioco di scatole cinesi, non sarà altro che una rubrica fatta di alcune di queste tante rubriche. Un po’ più lunga del solito. Ma questo no guasterà il sapore del buono che, anche se qualcuno finge di negarlo, commuove ancora.
L’aspirapolvere
«Nonostante abbia 94 anni, mia madre è ancora molto attiva e indaffarata. Così, quando un’aspirapolvere che le piaceva è stata messa in vendita in offerta in una catena nazionale di elettronica, si è recata personalmente al negozio più vicino per comprarla. Purtroppo, però, quando è arrivata, le scorte erano già state esaurite. La commessa le ha detto che l’elettrodomestico era ancora disponibile in un altro negozio di Melbourne, ma che si trovava a un'ora di macchina. Nonostante fosse una persona molto attiva, la mamma ha fatto notare che alla sua età non avrebbe proprio potuto affrontare un viaggio così lungo. Ha chiesto alla commessa se fosse possibile trasferire l'aspirapolvere in questo negozio, ma le è stato categoricamente negato.
Proprio quando ha cominciato a sentirsi un po' spiazzata e impotente, la donna in coda dietro di lei è intervenuta. Le ha detto che sarebbe stata felice di guidare fino a lì, ritirare l'aspirapolvere e portarglielo a casa.
La sconosciuta sembrava una persona davvero gentile, quindi la mamma ha permesso che l'aspirapolvere venisse ordinato per lei e le ha dato il suo indirizzo. Quando mi ha raccontato questa storia in seguito, mi si è stretto il cuore. Non riuscivo a immaginare un lieto fine. Ma quanto mi sbagliavo.
La sconosciuta ha mantenuto la sua promessa. Il giorno dopo, si è recata a casa di mia madre per ritirare l'aspirapolvere e portarlo a destinazione. Infine, dopo averglielo consegnato, le ha chiesto se le volesse aiuto per montarla. Ovviamente non ce la faceva, quindi la donna lo ha fatto al posto suo.
Sono rimaste in contatto e in seguito sono persino uscite a prendere un caffè insieme: la mamma non lascia andare nessuno così in fretta! Solo più tardi ha scoperto che la donna era in realtà una sportiva australiana molto famosa: la cestista Michele Timms.
Né io né mia sorella viviamo a Melbourne, quindi la mamma si affida ad amici e parenti che vivono lì per ricevere aiuto. Il fatto che uno sconosciuto si sia fatto avanti in questo modo mi ha fatto sentire che c'è davvero speranza per il mondo. La sua generosità è stata sbalorditiva e qualcosa di inaspettato di questi tempi».
Un fazzoletto di Napoli
«Anni fa, ero in visita a Napoli con mia figlia. Il primo giorno, non vedeva l'ora di fare una passeggiata fino al porto, così abbiamo lasciato i bagagli in albergo e siamo uscite a esplorare la città. Ero piuttosto esausta dopo il volo e, mentre percorrevo una ripida strada acciottolata, sono inciampata. Sono volata in aria e sono caduta a terra di faccia. Per qualche ragione, l'istinto di allungare le mani per attutire la caduta mi è mancato, così sono atterrata dritta sul mento. Ho capito subito che mi ero rotta la mascella perché ho sentito un terribile schiocco. In poco tempo, il sangue ha iniziato a sgorgarmi dal viso.
Mia figlia mi ha aiutato ad alzarmi e una folla si è radunata per prestarmi soccorso. Tra queste persone c'era una donna italiana che ha aperto la borsa e ne ha estratto un fazzoletto bianco immacolato con un bordo di pizzo. Me l'ha dato dicendo: "Usalo per pulire il sangue". Ho protestato, dicendo che non volevo rovinare il suo bel fazzoletto, ma lei ha insistito. Poco dopo è arrivata l'ambulanza e sono stata portata d'urgenza in ospedale.
Il suo gesto gentile è stata la cosa migliore che mi sia capitata in una giornata altrimenti terribile. Ho imparato che nella vita accadono cose brutte, ma a volte ne derivano anche cose belle che alleviano il dolore. Questo è stato uno di quei momenti. Ciò che ha fatto quella splendida donna è stato un gesto così discreto, offerto senza aspettarsi nulla in cambio. Stranamente, è stata proprio la futilità del suo gesto a renderlo così efficace: stava sacrificando qualcosa di bello solo per asciugare del sangue.
Non l’ho rivista mai più. Ma ho conservato il fazzoletto, lavato e tornato bianco, come promemoria di come essere gentili».
La Festa del Papà
«Ho perso mia moglie nel 2020 e mio figlio nel 2021. Qualche anno dopo, vivevo da solo in una casa di riposo quando, una sera, ho deciso di uscire a cena. C'era un piccolo ristorante vietnamita lì vicino che io e mia moglie frequentavamo spesso, un posto con un'ottima cucina e a cui erano legati tanti bei ricordi. Era proprio la Festa del Papà. Ho cenato da solo, ordinando i miei soliti involtini di carta di riso. Quando sono andato a pagare il conto, la ragazza al bancone mi ha detto che il mio pasto era già stato pagato.
"Cosa intendi con “pagato”?" ho chiesto.
Lei ha risposto che una coppia appena uscita dal ristorante aveva pagato il mio pasto. La donna sosteneva che non fosse giusto mangiare da soli nel giorno della Festa del Papà, così lei e il marito avevano pagato loro il conto. Non ho idea di chi fossero. Sono uscito nel parcheggio per guardarmi intorno e vedere se riuscivo a individuare qualcuno, invano. Devo ammettere che, una volta arrivato alla macchina, mi sono seduto e ho pianto a dirotto.
Quella coppia non poteva conoscere la mia situazione. Ma sarò, per sempre, profondamente grato a quegli sconosciuti che hanno portato un po' di luce in una giornata buia».
I lacci delle scarpe
«Era la mia prima gravidanza e per oltre sette mesi avevo sofferto di iperemesi gravidica, una forma grave ed estrema di nausea e vomito che si può manifestare durante la gestazione. In quelle ultime fasi, dopo che l'iperemesi era finalmente passata, ero esausta e sopraffatta. Provavo un misto di eccitazione e apprensione. Ero pronta ad avere un bambino quando mi ero appena abituata a camminare goffamente?
Un giorno ero a fare shopping e non mi sentivo molto bene. Mentre percorrevo una stretta corsia di un grande magazzino, una donna mi si è avvicinata da dietro. Pensavo che mi avrebbe chiesto di spostarmi o che mi avrebbe fatto un commento poco amichevole. Invece mi ha detto: "Sai che hai le stringe delle scarpe slacciate?". Non lo sapevo, perché la pancia mi impediva di vedere i miei piedi! L'ho ringraziata per avermelo fatto notare.
Poi mi ha chiesto: "Ti dispiacerebbe se te li sistemassi io?" Le ho detto subito sì, senza pensarci un attimo. Lei così mi ha allacciato le scarpe, mi ha fatto un gran sorriso e se n'è andata.
È stato un piccolo gesto, ma mi ha dato molta sicurezza. Doveva essere una mamma, sapeva che inciampare in quella fase della gravidanza sarebbe stato grave e quanto fosse difficile persino toccarmi le punte dei piedi.
Da futura mamma in procinto di dare alla luce una piccola creatura, si desidera ardentemente essere circondati da brave persone. In quel momento mi sono sentita rassicurata dalla consapevolezza ne esistono tante e ovunque.
Mi ha toccato anche in un altro modo. Quando sei incinta, le difese che di solito mantieni con gli estranei crollano. Un'esperienza privata diventa molto pubblica, soprattutto verso la fine, quando è evidente quanto sia imminente il parto. Sei molto più vulnerabile. E devi fare affidamento sugli altri in modi che possono metterti a disagio. Devi semplicemente arrenderti e dire: "Sì, ho bisogno di aiuto".
D'altro canto, gli estranei spesso si sentono in dovere di esprimere a parole i loro sentimenti riguardo alla tua gravidanza in modi che non sono sempre graditi. Tutto ciò ha reso il modo semplice e privo di giudizio in cui quella donna si è presa cura di me ancora più significativo.
Non voleva nulla da me, solo dirmi che avevo le scarpe slacciate e che voleva aiutarmi. Per qualcuno forse umiliante, ma per me è stato meraviglioso
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