Le belle statuine (cinesi)
di Fabio Carminati
La nuova versione del soft power cinese si chiama Chinamaxxing e sfida apertamente l’America di Trump. Che, con i più giovani fruitori dei social, abbraccia, celebra e imita cultura, stile di vita e prodotti di Pechino. E il regime di Xi gongola

Che cosa c’è dietro Chinamaxxing, l’ultima moda dei social? Si tratta soltanto del più recente trend di TikTok o, come alcuni esperti di geopolitica sostengono, è l’ennesimo passo del governo di Xi Jinping nella sublimazione del “soft power” made in China?
Dalla fine dello scorso anno, Chinamaxxing (il termine nasce dall’unione di Cina con lo slang di Internet “maxxing” che sta per massimizzare, portare qualcosa all’estremo) sta spingendo sempre più giovani occidentali (quelli della Gen Z, dai quattordicenni ai quasi trentenni) ad abbracciare, celebrare e, talvolta, parodiare la cultura, lo stile di vita e i prodotti di Pechino. Dall’acqua calda con mele bollite alle pantofole da casa agli esercizi per la longevità, le persone condividono video in cui mostrano come stanno “imparando a essere cinesi”. Molti usano la didascalia ispirata al film Fight Club: “Mi hai incontrato in un momento molto cinese della mia vita”, oppure l’hashtag #newlychinese.
Ma mentre Donald Trump sconvolge l’ordine mondiale, sposta l’asse geopolitico e militare nell’Indo-Pacifico e inquadra Pechino come il nemico “più nemico” ancora di Putin, il Partito comunista cinese ha accolto con favore questa spinta all’immagine del Paese. In nome della recente crescita del soft power cinese, realizzato stavolta con metodi differenti dal commercio o dalla “colonizzazione economica” che fa crescere i debiti dei Paesi africani, ricchi di risorse naturali e poveri di liquidità. Uno strozzinaggio vero e proprio, ma non perseguibile e perseguito perché, inevitabilmente, coinvolge i vertici di governo delle nazioni debitrici.
Lo scorso anno, Washington ha visto il mondo impazzire per le bambole Labubu, comprare bubble tea di Mixue e caffè Luckin, e scorrere le immagini delle vacanze trascorse (tra l’invidia dei coetanei) nella “città cyberpunk” di Chongqing. Il “bersaglio” inevitabilmente sembra proprio l’America. Almeno questo sostengono alcuni analisti Usa e per nulla Maga. Dicono che la Pechino-mania nasca dal disincanto dei giovani americani verso il proprio Paese, anche se non è chiaro quanto questo fattore stia davvero guidando la tendenza. Come molte mode di Internet, Chinamaxxing, però, non racconta l’intero quadro perché rappresenta solo una fetta (studiata a tavolino) della vita cinese. Un fondale dipinto con miliardi di pixel colorati oltre il quale c’è la realtà di giovani che, come i loro coetanei “born in the Usa”, sono preoccupati per il futuro mentre l’economia rallenta e i punti di riferimento vengono meno.
Una delle figure più influenti dietro il meme Chinamaxxing - raccontano i siti di oltreoceano - è Sherry Zhu, una creator sino-americana su TikTok che condivide regolarmente consigli tradizionali sul benessere con le sue “Chinese baddies”. “Domani diventerai cinese,” promette ai 740mila follower sull’ambita piattaforma sdoganata di nuovo negli States. “E so che può sembrare intimidatorio, ma ormai non ha più senso opporsi”, dice con tono mellifluo da fumeria di oppio di fine Ottocento a San Francisco.
“Come cinese che è rimasta online per anni durante forti ondate di sinofobia ai tempi del Covid e delle accuse di un certo mondo nordamericano, è stato rigenerante vedere finalmente cambiare l’opinione dominante sul Paese,” ha confessato invece alla Bbc China Claire, sino-canadese e utente TikTok. Sul social, la giovane parla anche di politica e per questo teme di essere identificata da Pechino. “Perché online la paura viaggia più veloce”. Claire ha 22 anni ma esperienza da vendere. Per lei la “svolta” si è compiuta verso la fine dell’anno scorso. E da allora che ha notato un cambiamento negli atteggiamenti verso la Cina. Prima la fine dell’isolamento e le immagini di città oppresse dai lockdown ben oltre i tempi necessari hanno in qualche modo avvicinato l’Occidente alla popolazione. Poi l’economia ha fatto il resto con i chiari effetti ormai “inguaribili” della dipendenza della finanza e dei commerci globali da quelli cinesi.
A quel punto, un’ondata di americani è arrivata su “RedNote”, un popolare social cinese, prima ancora del possibile bando di TikTok negli Stati Uniti e la “normalizzazione” adottata da Donald Trump con l’avvento di Oracle come “garante”. In breve, i “meme” sono diventati una sorta di moneta di scambio di questi “rifugiati di TikTok”, avvicinando due mondi che di solito non interagiscono a causa del firewall di Pechino, la rigida muraglia cinese in grado di limitare ogni movimento sospetto in rete nell’Impero di mezzo di Xi Jinping. L’incontro virtuale ha messo in luce le smagliature di un sogno americano sempre più annebbiato proprio mentre il “soft power” cinese sgorgava dai server. Una penetrazione, nelle intenzioni probabilmente degli ideatori, nata con le caratteristiche di una lama a doppio taglio. Perché i giovani americani che scoprono gli effetti “benefici” dell’acqua con le mele bollite al tempo stesso dialogano e si informano sulla crescita accelerata cinese, vedono i video delle città del Dragone che cambiano volto in pochi mesi mentre la loro quotidianità sembra invece impantanata.
Di contro, in certe anse dei social di Pechino ristagna sempre più anche il riferimento distopico alla cosiddetta “Us kill line”, un termine coniato nel mondo dei giocatori di ruolo cinesi per indicare la rapida e inesorabile caduta dell’America nella povertà. Un missile mediatico sparato nel cuore dell’America targata Maga. Ma in questo modo, però, è lo stesso regime “comunista” a gettare la maschera.
I media (governativi) parlano apertamente degli Stati Uniti come di una potenza in declino. Su tutti un commento affidato alla agenzia di stampa statale. Secondo Xinua il meme della “kill line” mostra quanto “la realtà vissuta possa allontanarsi dagli ideali un tempo proclamati al mondo”. E se tre indizi fanno una prova, al portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Lin Jian, ne è bastato uno. “Un mix unico – ha detto – di storia e modernità sta rendendo la Cina sempre più attraente per gli stranieri”.
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