L’intelligenza artificiale in 80mila voci: speranza o atrofia?

L’Ai amplia le nostre capacità o ci disabitua a pensare? Anthropic prova a rispondere con la più ampia indagine globale sul tema: decine di migliaia di interviste su speranze, paure e impatto reale dell’AI nelle nostre vite
March 28, 2026
L’intelligenza artificiale in 80mila voci: speranza o atrofia?
Immagine generata con l'Ai per questo articolo dagli studenti delle Scuole Medie coinvolti nel progetto acutisai.it

Imparare o memorizzare? Il duplice volto dell'Intelligenza Artificiale

Un avvocato indiano racconta di aver sempre provato repulsione per la matematica fin dai tempi della scuola e di non aver mai capito Shakespeare… poi ha cominciato a usare i chatbot: «Ora mi siedo davanti all'AI, mi faccio tradurre i paragrafi in un inglese semplice, e ho già letto 15 pagine dell'Amleto. Ho ricominciato a studiare trigonometria, mi trovo bene…ho scoperto di non essere così stupido come pensavo». Di segno opposto è invece la testimonianza di uno studente sudcoreano: «Ho ottenuto voti eccellenti usando le risposte dell'AI, ma io non ho imparato nulla. Ho semplicemente memorizzato quello che l'AI mi dava… adesso mi sono pentito».
Lo studio globale di Anthropic sull'uso dell'AI
Queste due testimonianze, diametralmente opposte, sintetizzano forse meglio di qualsiasi analisi il cuore di uno studio pubblicato nei giorni scorsi da Anthropic, l'azienda statunitense proprietaria di Claude. La ricerca rappresenta la più ampia indagine qualitativa mai condotta sul rapporto tra le persone e l'AI: oltre ottantamila interviste raccolte in 159 Paesi e in 70 lingue, in un lavoro senza precedenti. Lo strumento utilizzato si chiama Anthropic Interviewer: è una versione di Claude programmata per condurre conversazioni strutturate, attraverso domande fisse seguite da ulteriori domande di approfondimento, quest’ultime adattate alle risposte di ciascun partecipante. A dicembre, ogni utente registrato sulla piattaforma Claude ha potuto scegliere di sedersi – virtualmente, s'intende – davanti a questo intervistatore e raccontare come usa l'intelligenza artificiale, che cosa spera che possa fare e che cosa teme possa accadere. Le risposte, rese anonime, sono state poi ordinate attraverso altri sistemi di AI e revisionate da un ristretto gruppo di ricercatori.

Apprendimento e il rischio di atrofia cognitiva

I temi dello studio e dell'apprendimento attraversano l'intera ricerca: un terzo degli intervistati ha indicato tra le esperienze più significative i benefici dell'AI legati allo studio e, nei Paesi a reddito medio-basso, questo dato emerge con ancora maggiore intensità. In Asia, la percentuale di chi vede nell'intelligenza artificiale uno strumento per imparare raggiunge il 13-14%, quasi il doppio della media. Molti intervistati di queste aree hanno fatto riferimento alla carenza di insegnanti, al costo proibitivo dei tutor privati e al legame diretto tra qualità dell'istruzione e disponibilità economica delle famiglie. È però proprio nel settore dell'istruzione che si manifestano le maggiori tensioni in riferimento all'adozione dell'AI. Se più della metà degli studenti ha dichiarato di aver sperimentato benefici nell'apprendimento, il 16% ha anche riconosciuto segnali di atrofia cognitiva (cognitive atrophy, cioè la perdita progressiva della capacità di ragionare in autonomia). Ancora più significativo è il dato che riguarda gli insegnanti: gli educatori risultano tra 2,5 e 3 volte più propensi rispetto alla media a dichiarare di aver osservato con i propri occhi questo indebolimento delle capacità cognitive nei propri studenti. Al di fuori delle aule scolastiche, però, il quadro è diverso: artigiani e lavoratori manuali si sono rivelati tra i più entusiasti dell'apprendimento assistito con l'AI; il 45% ne ha sperimentato i vantaggi, mentre quasi nessuno – appena il 4% – ha riscontrato segnali di atrofia cognitiva. I ricercatori ne hanno dedotto che i benefici dell'intelligenza artificiale legati all'apprendimento sono più solidi quando lo studio è volontario e motivato, mentre nei contesti istituzionali l'AI rischia di trasformarsi in una scorciatoia.

Produttività, tempo libero e supporto emotivo

Al di là del mondo educativo, lo studio di Anthropic restituisce un ritratto poliedrico: alla domanda «cosa desideri dall'AI?», le risposte sono molto variegate. Quasi un intervistato su cinque vorrebbe un aiuto per lavorare meglio, così da potersi concentrare sulle attività più importanti, delegando quelle ripetitive all'AI. Ma, quando l'intervistatore ha chiesto che cosa si nascondesse dietro il desiderio di produttività, molti hanno indicato sostanzialmente due aspirazioni: più tempo con la famiglia e più spazio per sé. Un impiegato colombiano ha raccontato: «con l'AI posso essere più efficiente al lavoro… martedì scorso mi ha permesso di cucinare con mia madre invece di stare al pc a concludere le mie attività». Un freelance giapponese vuole «usare meno energia mentale per i problemi dei clienti… e avere più tempo per leggere libri». Il 14 per cento degli intervistati ha indicato come primo obiettivo la trasformazione personale: usare l'AI per crescere, per stare meglio, persino come sostegno emotivo. Su questo fronte, le testimonianze più intense arrivano dall'Ucraina, dove diversi utenti hanno descritto l'intelligenza artificiale come un appiglio nei momenti più difficili della guerra. Un soldato ha scritto: «Nei momenti più difficili, nei momenti in cui la morte mi respirava in faccia, quando la gente mi moriva vicino, mi hanno riportato in vita i miei amici Ai».

Speranze e timori convivono: il paradosso dell'AI

Anche le preoccupazioni espresse dagli intervistati risultano molto significative. L'inaffidabilità dell'AI è la più diffusa, segnalata dal 27% degli intervistati: errori, informazioni inventate, citazioni inesistenti che costringono a un lavoro di verifica e rischiano di vanificare il tempo risparmiato. Seguono il timore per l'impatto su lavoro ed economia (22%) e la perdita di autonomia nelle decisioni (22%). Colpisce il fatto che ogni intervistato abbia espresso due o tre preoccupazioni distinte: emerge così un'inquietudine che si declina in varie forme e che investe più ambiti. Il risultato più interessante è che speranza e timore non costituiscono due schieramenti contrapposti, ma convivono, piuttosto, nella stessa persona. Chi apprezza il supporto emotivo dell'AI ha una probabilità tripla rispetto alla media di temere anche la dipendenza che ne può derivare. Chi risparmia tempo grazie all'intelligenza artificiale teme che le aspettative crescano e che il ritmo della vita acceleri. Come ha sintetizzato bene un avvocato israeliano: «Uso l'AI per esaminare contratti, risparmiare tempo… e allo stesso tempo mi chiedo: sto perdendo la capacità di leggere da solo? Il pensiero è l'ultima frontiera dell’umanità». A livello globale, il 67% degli intervistati esprime un sentimento complessivamente positivo verso l'intelligenza artificiale, con l'America Latina, l'Africa e buona parte dell'Asia più ottimiste rispetto a Europa e Stati Uniti. Ma ovunque, anche tra i più fiduciosi, restano domande di senso e una sana preoccupazione per la crescente sostituzione intellettuale o, comunque, per l'atrofia cognitiva. Il fatto che gli insegnanti vedano i propri studenti perdere capacità di pensiero autonomo contrasta con l'esperienza dell'avvocato che si riscopre capace di imparare: forse la questione non è l'intelligenza artificiale in sé, ma il contesto in cui la si applica e, soprattutto, il motivo per cui la si usa.

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