Intelligenza artificiale e giovani, Pira: «Non affidiamo alle macchine le loro domande»
La macchina sta diventando sempre più un interlocutore: una sfida che riguarda tecnologia, libertà e responsabilità. Ne parliamo con Francesco Pira, sociologo e docente dell’Università di Messina

Professore, lei studia il rapporto tra giovani e tecnologia dal 1999. Ha attraversato Internet, social network, smartphone, Second Life e Metaverso. Con l’intelligenza artificiale generativa siamo davanti semplicemente a un’altra tappa di questa storia oppure c’è una discontinuità?
Ho attraversato tutte le tappe che lei elenca, e ciascuna ha portato con sé una grande promessa e un ridimensionamento. Ognuna, però, ha lasciato un segno profondo: hanno cambiato il modo in cui ci informiamo, ci relazioniamo, ci rappresentiamo. Con l’intelligenza artificiale generativa, però, il salto è di natura diversa: prima la macchina mi aiutava a trovare qualcosa, ora lo costruisce al posto mio. Le tecnologie precedenti erano strumenti di mediazione: stavano tra me e il mondo, tra me e l’altro, e io decidevo quando usarle, cosa cercare, quando spegnere. L’IA generativa si colloca dentro il processo stesso della produzione di senso. Non mi aiuta a cercare un contenuto, lo produce per me. Non mi mette in contatto con qualcuno, ne simula la voce. Penso a quello che il professore Luciano Floridi ha definito pareidolia semantica: la nostra tendenza a proiettare significato, intenzionalità e persino coscienza in sistemi che ne sono privi. Quando guardiamo le nuvole, spesso ci vediamo dei volti: è un inganno visivo innocuo. Oggi però applichiamo lo stesso meccanismo all’Intelligenza Artificiale, ma con rischi enormi. Davanti a una macchina che parla in modo fluido, il nostro cervello si convince che ci sia una mente cosciente, capace di comprensione e affetto, mentre in realtà il software sta solo calcolando la probabilità statistica della parola successiva. Con i social network potevamo illuderci di conoscere gli altri; con l’IA possiamo illuderci di essere compresi. È un rovesciamento significativo, perché tocca il bisogno umano più elementare: quello di sentirsi ascoltati. Aggiungo un ultimo elemento, che riguarda i più giovani. Le tecnologie precedenti erano esterne: si imparavano, si usavano, si abbandonavano. Questa è la prima che si presenta come interlocutore prima ancora che come strumento, e che per questo non chiede di essere appresa, ma di essere creduta. Ed è esattamente su questo terreno, quello della fiducia e non della competenza, che si gioca la partita educativa dei prossimi anni. In un suo lavoro lei descrive un paradosso: la tecnologia mette apparentemente l’individuo al centro, ma spesso è l’individuo ad adattarsi all’ambiente digitale anziché assumerne il controllo. Oggi sistemi di AI possono anticipare quello che vogliamo leggere, scrivere, vedere e perfino decidere...dove finisce l’assistenza e dove comincia una delega della nostra libertà? Il confine non passa tra strumenti buoni e strumenti cattivi. Passa dal tempo. C’è assistenza quando la macchina si occupa della parte meccanica del lavoro e ci lascia il tempo di ragionare; c’è delega quando le affidiamo la parte in cui il ragionamento si costruisce. Il risultato che si vede è lo stesso: in entrambi i casi esce una risposta, scritta bene e pronta all’uso. Ma dentro le due situazioni è successa una cosa opposta: nel primo caso abbiamo pensato noi, nel secondo ha pensato la macchina, e a noi è rimasto solo il risultato. Facciamo un esempio. Se usiamo un sistema per ritrovare un dato che non ricordiamo, guadagniamo minuti che dedichiamo a interpretarlo. Se gli chiediamo di scrivere al posto nostro un ragionamento, non abbiamo guadagnato tempo: abbiamo ceduto la parte di lavoro in cui il pensiero si forma. La delega non si riconosce dal prodotto, si riconosce da quello che nel frattempo non abbiamo fatto. C’è poi l’anticipazione. Un sistema che prevede ciò che vogliamo leggere non ci aiuta a scegliere: ci presenta la scelta già fatta. È comodo, e proprio per questo rischioso. La libertà, del resto, non è assenza di limiti: è la capacità di scegliere tra alternative che conosciamo. Se le alternative ce le prepara un algoritmo, non siamo più liberi, siamo comodi. Per questo l’educazione digitale è un’educazione alla cittadinanza: serve a imparare a non consegnare le domande. Perché la domanda è la parte più umana del pensiero, e nessuna previsione può formularla al posto nostro.
Lei parla molto di “umanesimo digitale”: cosa significa?
Significa una cosa semplice e difficile insieme: mettere la persona al centro dell’innovazione. L’umanesimo digitale è un criterio di giudizio: davanti a ogni nuova tecnologia dobbiamo chiederci cosa fa alle relazioni umane, non soltanto cosa ci permette di fare. Un sistema che aiuta un medico a interpretare prima una lastra è umanesimo digitale, perché mette la macchina al servizio della cura e restituisce tempo da dedicare al paziente. Al contrario, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per decidere chi colpire o uccidere nei conflitti moderni rappresenta la negazione assoluta di questo principio: quando deleghiamo a un algoritmo la scelta sulla vita e sulla morte di un essere umano, azzeriamo la responsabilità etica e trasformiamo la persona in un puro dato statistico. Questo vuol dire, in concreto, tre cose. La prima è che l’umano resta il fine e mai il mezzo: la tecnologia deve servire la dignità della persona. La seconda è che il pensiero critico diventa una competenza di cittadinanza: occorre saper interrogare i sistemi che usiamo, chiedersi chi li ha progettati e con quali dati sono stati addestrati. La terza è che alcune esperienze non sono delegabili, perché in esse si gioca la nostra umanità: il dolore, la gioia, la cura, il perdono e il riconoscimento dell’altro. Penso al grande filosofo del Novecento Emmanuel Lévinas, che ha dedicato la sua riflessione all’etica e alla responsabilità verso gli altri. Per Lévinas l’etica nasce proprio dall’incontro con il volto dell’altro: un volto esposto e vulnerabile che ci chiede di rispondere. Un sistema di intelligenza artificiale ha interfacce, avatar e voci sintetiche, ma non ha un volto. E senza volto l’incontro resta una semplice interazione: funziona, ma non crea un legame morale. In questo senso il termine “umanesimo” è un programma sociale e culturale. Significa che l’innovazione va accompagnata, educata e governata, anziché essere subìta. La domanda da tenere sempre aperta non è cosa possiamo fare con la tecnologia, ma cosa vogliamo che resti umano.
Per secoli educare ha significato anche trasmettere conoscenza, ma se una parte crescente della conoscenza diventa immediatamente interrogabile attraverso una macchina, quale diventa la funzione insostituibile dell’insegnante?
Quando la conoscenza era rara, il docente era soprattutto colui che la possedeva e la metteva a disposizione. Oggi che è abbondante e disponibile in un istante, il suo compito si arricchisce di ciò che nessuna macchina sa fare: aiutare a distinguere, a collegare e a dare un senso. L’insegnante insostituibile è colui che insegna a formulare le domande, non soltanto a trovare le risposte. Mostra come si verifica una fonte, come si riconosce un contenuto generato e come si sostiene un ragionamento quando si viene contraddetti. In un tempo che premia la risposta immediata, il docente educa al dubbio e alla lentezza. C’è poi la parte più profonda, e forse la più decisiva: la scuola è il luogo dove si impara a stare con gli altri, e questo non può farlo nessun dispositivo. Un sistema può spiegare una regola grammaticale, ma un insegnante può guardare negli occhi un ragazzo che ha smesso di credere in sé stesso e aiutarlo a ritrovare fiducia. Lo sguardo, l’incoraggiamento e il limite posto con rispetto sono atti educativi che nessuna interfaccia può simulare, perché richiedono un adulto che risponda in prima persona di ciò che dice. L’insegnante, insomma, passa da trasmettitore di contenuti a costruttore di pensiero e di relazione. Il sapere resta centrale, ma accanto ad esso cresce la cura della persona. Ed è la ragione per cui, in un’epoca di informazioni infinite, la presenza del docente non è mai stata così necessaria. Il lavoro che la scuola svolge ogni giorno merita riconoscimento e sostegno.
In un suo recente lavoro sui deepfake pornografici emerge un salto impressionante: non siamo più soltanto davanti alla diffusione non consensuale di un’immagine intima reale, ma adesso possiamo creare artificialmente un’intimità che non è mai esistita. L’AI ci costringe a ripensare il concetto stesso di consenso digitale?
Sì, e credo che il punto centrale non sia solo la gravità del danno. Fino a ieri il consenso riguardava la circolazione di qualcosa che esisteva nella realtà: un’immagine scattata, un momento condiviso. Il nodo giuridico e morale era la diffusione non autorizzata. Ora, invece, il consenso viene violato prima ancora che esista un contenuto reale, perché quell’intimità viene creata dal nulla a partire dal corpo di qualcuno, senza che quella persona abbia mai fatto o vissuto nulla di ciò che viene mostrato. Questo sposta il problema dalla violazione della privacy alla violazione dell’identità. Il danno è la costruzione artificiale di una biografia sessuale che non appartiene a chi la subisce. La vittima non deve smentire un fatto reale, deve difendersi da un’esistenza interamente inventata. E purtroppo la smentita serve a poco, perché l’immagine manipolata circola molto più velocemente della verità e si deposita nella memoria della rete. Le conseguenze sui più giovani sono pesantissime. Le ragazze sono le destinatarie principali di questa violenza di genere, che si traduce in una forma di sorveglianza e abuso del corpo che non richiede nemmeno il contatto fisico. Un tempo la molestia esigeva una vicinanza spaziale; adesso bastano un volto preso da un profilo social e un software accessibile a tutti. Ecco perché il consenso digitale va completamente ripensato. Non può più essere una semplice autorizzazione a usare un’immagine, ma deve diventare il diritto inviolabile alla propria rappresentazione. Il nostro corpo, reale o virtuale che sia, non può essere un dato a disposizione degli algoritmi.
Lei propone da tempo una nuova alleanza tra scuola e famiglia e parla anche di “scuole per genitori”...ma c’è un paradosso: spesso gli adulti conoscono gli ambienti digitali dei ragazzi meno dei ragazzi stessi. Come si esercita un’autorità educativa quando non si possiede più il monopolio della competenza?
Un adulto è autorevole perché è presente, perché risponde delle proprie azioni, perché pone dei limiti e sa mantenerli. Il divario digitale esiste e va colmato. Un genitore che non ha mai visto una piattaforma non può riconoscere un segnale d’allarme: non sa cosa significhi un certo silenzio e non immagina cosa possa circolare nella chat di classe dei propri figli. Serve quindi una formazione concreta, che non mira a trasformare gli adulti in esperti di informatica, ma a far conoscere loro i luoghi virtuali abitati dai ragazzi, per comprenderne i linguaggi, i rischi e le modalità di intervento. È esattamente questo il senso delle “scuole per genitori”. Non si tratta di corsi tecnici, ma di spazi in cui le famiglie si preparano ad accompagnare i figli nel mondo digitale. In questi contesti si impara a leggere i segnali di disagio, a distinguere un uso sano da uno problematico e a porre regole chiare senza trasformare la casa in uno stato di sorveglianza. Le “scuole per genitori” offrono una lingua condivisa tra scuola e famiglia, restituiscono agli adulti il diritto di guidare i ragazzi e dimostrano che nessuno è solo di fronte a sfide che sembrano più grandi di noi. Preparare i genitori significa dare loro strumenti quotidiani: sapere cosa osservare, come ascoltare e, soprattutto, quando chiedere aiuto.
Le faccio infine una domanda molto adatta, credo, al nostro tempo: che cosa stiamo accettando oggi come normale nel rapporto con l’intelligenza artificiale che fra cinque o dieci anni potremmo scoprire di aver sottovalutato?
Ne indico tre, e sono tutte dinamiche che ci sembrano del tutto naturali. La prima è parlare con le macchine come se avessero un’anima. Diciamo “grazie” al chatbot, ci scusiamo se lo interrompiamo e ci commuoviamo quando ci risponde con gentilezza. In questo modo stiamo abituando una generazione a un interlocutore che non può contraddirci, non può deluderci e non può stancarsi di noi. Il pericolo emergerà quando l’incontro con una persona reale, con i suoi tempi, i suoi rifiuti e la sua imprevedibilità, diventerà faticoso al confronto, e avremo già imparato a preferire la versione comoda della relazione. La seconda è considerare neutrale ciò che per comodità non vediamo. Un sistema che filtra le notizie, anticipa i nostri gusti e corregge le nostre frasi, forma il nostro sguardo sul mondo senza che ce ne accorgiamo. Ciò che non ci viene mostrato, piano piano, smette semplicemente di esistere per noi. La terza, la più insidiosa, è accettare che il lavoro del pensiero diventi un servizio esternalizzato. Oggi è normale chiedere a una macchina di riassumere, di argomentare o di scrivere al posto nostro. Fra dieci anni potremmo scoprire che una generazione intera ha smesso di esercitare ciò che non ha mai praticato: la fatica di costruire un ragionamento, la pazienza di cercare una parola e il coraggio di sbagliare da soli. Il rischio è una silenziosa perdita culturale, e la nostra sfida più grande sarà accorgercene in tempo per preservare l’autenticità del pensiero umano.
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