La teologia della tenerezza: don M. e il sapore semplice del volto del Padre

A un anno dalla morte, il ricordo di don M. vive ancora nella comunità, tra fede, semplicità e gioia.
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September 3, 2026
La teologia della tenerezza: don M. e il sapore semplice del volto del Padre
La teologia della tenerezza: don M. e il sapore semplice del volto del Padre
un anno esatto da quel giorno in cui, per lui, il tempo si è fatto eternità, la memoria di don M. continua a profumare tra i banchi della sua parrocchia come una liturgia domenicale. Un giovane sacerdote che ha lasciato un vuoto grande, ma anche una scia di luce straordinaria e gioiosa.
Per raccontare la sua esistenza vorrei prendere in prestito un’immagine insolita, eppure a lui incredibilmente cara: quella del tramezzino, il suo piatto preferito, consumato spesso in fretta tra un impegno e l’altro, ma sempre condiviso con gioia nei momenti di festa.
Il tramezzino è, per sua natura, il pane della semplicità. Non ha croste dure né spigoli taglienti: è morbido, accogliente, fatto per essere gustato facilmente da chiunque. La vita di don M. è stata proprio così: il volto buono del Padre reso accessibile a tutti, senza rigidità né barriere. Con la sua delicatezza sapeva accogliere le fragilità di chi incontrava e farsi prossimo senza mai imporsi.
Questa sua attitudine si manifestava in modo speciale nella cura verso i più piccoli, con i quali amava giocare e stare ad altezza di sguardo, e nella premura silenziosa con cui visitava gli ammalati, portando una carezza e una presenza capaci di trasformare il letto del dolore in un luogo di prossimità. Per ciascuno don M. custodiva sempre una «parola di bene», un pensiero che non nasceva dal rumore del mondo, ma da quel silenzio fecondo che solo sa dare profondità e valore alle parole.
Ma un tramezzino si definisce soprattutto per la ricchezza dei suoi strati, capaci di tenere insieme ingredienti diversi in un’unica armonia. Nella vita di don M. questi strati erano la liturgia e la festa.
Egli non viveva la preghiera e l’altare come qualcosa di separato dalla vita ordinaria. Al contrario, la sua straordinaria attenzione alla liturgia — nella quale curava ogni dettaglio perché corpo, mente e spirito della comunità si ritrovassero in sintonia — si prolungava naturalmente nel suo amore per lo stare insieme. Fare festa, condividere la mensa e ridere con i giovani erano per lui quasi l’estensione dello stesso pane spezzato sull’altare.
Ha saputo mostrare come il Vangelo si possa vivere mettendosi a tavola con tutti, senza esclusioni, testimoniando che l’unità di una comunità non è mai grigia uniformità, ma un intreccio vivo e colorato di relazioni sincere.
Anche il taglio netto e diagonale che divide il tramezzino, rendendolo pronto per essere offerto, può ricordarci l’offerta della sua stessa vita, consumata troppo presto nella sofferenza. Anche durante la malattia, nel momento del dolore più acuto, don M. non ha smarrito la sua luce. Ha attraversato il mistero della prova senza fuggire, insegnando alla sua parrocchia che la fede non ci mette al riparo dalle tempeste del mondo, ma ci dona il coraggio di attraversarle sapendo che il Padre non ci lascia mai soli.
Oggi, a un anno dalla sua scomparsa, ringraziamo il Signore per averci donato don M. come un pizzico di sale capace di dare sapore alla nostra quotidianità. La sua testimonianza ci esorta a riscoprire la bellezza del camminare insieme, dell’andare al passo del più lento, dell’offrire ogni giorno la nostra vita come un pane semplice, farcito d’amore, pronto a essere spezzato e donato per la gioia di chi incontriamo sulla nostra strada.

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