Il gusto del creato: la terra che fa comunione
Scout e monache insieme nel lavoro della terra: un’esperienza di cura, fraternità e comunione.

C’è una bellezza antica nel toccare la terra con le mani, nello zappare un solco, nel raccogliere i frutti dell’orto o nel ripulire un sentiero. È il sapore dell’essenziale, quello che si scopre quando ci si libera dal superfluo e ci si affida al ritmo calmo della natura.
In questi giorni, i chiostri e i campi del nostro monastero hanno risuonato dei passi veloci, dei canti e dell’entusiasmo di un gruppo di giovani scout, venuti a vivere con la nostra comunità un’esperienza profonda di ora et labora. Hanno cercato un contatto autentico con il creato, desiderosi di riscoprire quella che Papa Francesco, nella Laudato si’, definisce «la nostra casa comune», ricordandoci che «tutto è connesso» e che la cura della natura è inscindibile dalla cura dell’umano.
Per raccontare questi giorni trascorsi insieme, la metafora più bella nasce proprio dalla cucina e dalla spianatoia: quella di un grande impasto di comunione. Come accade in una ricetta, dove farina, acqua, lievito e un pizzico di sale si uniscono pur mantenendo le proprie caratteristiche, così questi ragazzi, divisi in pattuglie e provenienti da vissuti differenti, hanno saputo mettere insieme le loro diversità.
In cantiere come nell’orto monastico, ciascuno ha messo a disposizione la propria piccola ma fondamentale competenza. La diversità delle loro mani — da quelle più esperte a quelle più impacciate — non è stata motivo di divisione, ma una straordinaria ricchezza feriale, ricordandoci che l’unità non è mai grigia uniformità, ma una rete di relazioni e di sguardi capaci di sostenersi reciprocamente.
Il lavoro manuale, vissuto nello stile del nostro motto benedettino, si è trasformato per loro in una preghiera incarnata, nella quale ogni gesto quotidiano diventa spirituale. Vedere questi giovani sudare insieme sotto il sole, aiutarsi a trasportare un peso o condividere l’acqua a fine giornata ci ha fatto toccare con mano quanto sia generativo costruire il «comune».
San Benedetto ci insegna a «nulla anteporre all’amore» e a dare diritto di parola e di cittadinanza a «chiunque tu sia», a partire dal più piccolo o dall’ultimo arrivato. Tra i solchi della terra, gli scout hanno sperimentato che «nessuno si salva da solo» e che la felicità non risiede nella corsa solitaria per arrivare primi, ma nella capacità di camminare insieme, imparando ad «andare al passo del più lento» per non lasciare indietro nessuno.
Questo tempo di lavoro e di contemplazione condivisa si è concluso, come è naturale nella nostra tradizione, attorno alla stessa mensa. Lì, dove il pane spezzato diventa simbolo di prossimità e di dono, abbiamo gustato i frutti di un’operosità che ha saputo ascoltare il creato e l’altro. Come ci insegna la Laudato si’, l’ecologia integrale è prima di tutto un’esperienza di fraternità, capace di farci riscoprire creature fatte «della stessa terra e dello stesso soffio di vita».
Grazie a questi giovani scout per averci portato la loro energia pulita e per averci ricordato che, quando le mani si uniscono per custodire la terra e servire i fratelli, la vita interiore fiorisce e l’«arriverai» promesso da San Benedetto diventa una certezza di pace condivisa.
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