L’oro della terra, l’olio della comunione
La raccolta delle olive in un monastero benedettino diventa occasione di lavoro condiviso, contemplazione del creato e riscoperta del valore della vita comunitaria

C’è un tempo dell’anno in cui le colline dell’Umbria abbandonano le calde sfumature dell’estate per indossare i colori sobri dell’autunno. Tra gli ulivi del nostro monastero, la brezza frizzante porta con sé il segnale di un rito antico e sempre nuovo: l’inizio della raccolta delle olive. Un momento liturgico e feriale insieme, che trasforma i nostri campi in una spianata a cielo aperto e che, per noi monache benedettine, si rivela un’esperienza profonda e rigenerante, vissuta lungo tre direttrici fondamentali: la dignità del lavoro manuale, la contemplazione del creato e la bellezza del lavorare insieme.
In primo luogo, la raccolta delle olive è l’incarnazione stessa del lavoro manuale, uno dei pilastri fondamentali indicati da san Benedetto nella sua Regola, secondo il principio ora et labora et lege. Tendere le reti, pettinare i rami carichi di frutti, curvarsi per raccogliere e trasportare le cassette non è un semplice passatempo né una forma di «terapia occupazionale»: è un’attività feriale e corporea che ci restituisce il senso del limite, il «senso della misura» e la concretezza dell’esistenza. Lavorare la terra con le proprie mani ci permette di mantenere i piedi ben saldi a terra, evitando di rifugiarci nella finzione e ricordandoci che la vita interiore ha bisogno di gesti semplici e costanti per non restare un concetto astratto. Nel solco della tradizione monastica, il lavoro manuale è una preghiera incarnata, in cui ogni sforzo fisico diventa un’offerta e un modo per prendersi cura di ciò che ci è stato affidato.
Questa fatica feriale si apre immediatamente alla contemplazione del creato. Stare per ore tra gli alberi, immersi nel silenzio delle nostre campagne, significa fare esperienza di quello «spazio aperto» che la natura offre a chi sa sostare. Come ricordava papa Francesco, la cura della natura è inscindibile dalla vita spirituale, perché «tutto è connesso» e la terra è la nostra casa comune. Guardare le olive ricche d’olio, ascoltare il fruscio delle foglie nel vento e percepire il profumo della terra umida ci educa ad abitare il tempo senza quella fretta contemporanea che promette efficienza e alimenta soltanto un’inquietudine illusoria. Il lavoro nei campi si trasforma così in una preghiera contemplativa che nasce dal silenzio, permettendoci di riscoprire la nostra creaturalità e di riconoscere nel creato il volto buono del Padre.
Infine, la raccolta è un’opera corale, un’epifania del lavoro di squadra e della vita comunitaria. Gli ulivi non si raccolgono da soli: richiedono un’orchestra di mani che lavorano in sincronia, nella quale ciascuna sorella porta il proprio contributo, specifico e fondamentale, indipendentemente dall’età o dal ruolo. Nel campo, come nella liturgia o attorno alla stessa mensa, si realizza quel «criterio del comune» che san Benedetto ha posto alla base della nostra vita: un luogo in cui non c’è spazio per l’individualismo, ma dove si vince solo se si sceglie di «andare al passo del più lento», valorizzando l’unicità di ciascuna. Le reti stese sotto i rami diventano la metafora di quella rete di relazioni e di prossimità che ci sostiene, ricordandoci che «nessuno si salva da solo» e che la vera forza di una comunità risiede nella capacità di coordinarsi, aiutarsi e condividere la fatica per un bene comune.
È la sintesi di un tempo abitato con amore, in cui la fatica del corpo, la lode per la bellezza della natura e la gioia del camminare e lavorare insieme si fondono in un unico impasto di fraternità. Siamo grate a questa nuova stagione per averci ricordato che, quando le mani si uniscono nel servizio e nell’ascolto, la vita feriale sprigiona un sapore straordinario, capace di nutrire la speranza di tutti.
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