Tra uscite anticipate e nuove indicizzazioni
Un fondo da 850 milioni di euro per le pensioni a 64 anni. Sindacati preoccupati per il nuovo meccanismo di perequazione su sei "scaglioni". Stimati circa tre miliardi di risparmi

Da un lato un fondo da 850 milioni di euro per l'uscita anticipata dal lavoro a 64 anni contenuto in Manovra. Dall’altro la nuova indicizzazione degli assegni pensionistici basato su sei “scaglioni”, che porterebbe circa tre miliardi di euro di risparmi di spesa. Una stima che si basa sui dati Istat dell’inflazione 2026 (attualmente pari al 2,9%) e da cui dipende il decreto del ministero dell’Economia che viene emanato a novembre.
La stretta sulla rivalutazione delle pensioni potrebbe oscillare tra i 95 e i 1.240 euro circa l’anno per gli assegni medio-alti. A calcolarlo è la Uil pensionati, prendendo a riferimento le indiscrezioni emerse sul nuovo meccanismo di indicizzazione, che prevederebbe un riconoscimento al 100% dell’inflazione solo ai trattamenti fino a quattro volte il minimo Inps. La percentuale scenderebbe poi al 90% per quelli fino a cinque volte il minimo, al 60% per gli assegnazioni superiori a cinque e fino a sei volte il minimo, al 50% tra sei e otto volte, al 40% tra otto e dieci volte e al 35% oltre dieci volte il minimo.
Partendo da un’inflazione ipotetica al 3%, il passaggio dal sistema di rivalutazione per “scaglioni” a quello per importi complessivi, con queste percentuali, «comporterebbe aumenti più bassi per le pensioni superiori a quattro volte il minimo», ossia quelle pari al trattamento minimo Inps di 611,85 euro. Ovviamente «sono dati ipotetici, per avere certezza, è necessario aspettare il decreto del Mef per l’adeguamento delle pensioni in base alle risultanze dei dati Istat», rimarca il sindacato, ribadendo che la simulazione utilizza un’inflazione ipotetica e le percentuali della bozza riportata, senza considerare eventuali clausole di salvaguardia. Ma il segretario generale Uilp, Carmelo Barbagallo, non ci sta: «Continuiamo a considerare assurdo un nuovo taglio della rivalutazione. Non si può continuare a fare cassa sui pensionati: sono persone, non bancomat. Se il taglio venisse confermato non resteremo fermi. I pensionati sono 16 milioni e vogliono continuare a fare il bene del Paese e delle loro famiglie». La differenza sostanziale, si illustra nell’analisi della Uilp, riguarda il metodo di calcolo: «Con il sistema per “scaglioni”, le percentuali ridotte si applicano soltanto alle quote di pensione che superano determinate soglie, mentre con quello per importi complessivi la percentuale prevista per la fascia di appartenenza si applica all’intera pensione».
Per le pensioni da 1.500 e 2mila euro lordi mensili non ci sarebbe alcuna differenza perché in entrambi i sistemi verrebbe riconosciuta l’intera inflazione, con aumenti rispettivamente di 45 e 60 euro al mese. Il discorso cambia invece per gli importi più alti. Una pensione da 2.500 euro riceverebbe un aumento di 67,50 euro anziché 74,84 euro mensili, mentre per un assegno da 3mila euro l’incremento scenderebbe da 88,34 a 81 euro al mese. In entrambi i casi, la perdita sarebbe di 7,34 euro mensili, pari a 95,42 euro all’anno su 13 mensilità.
La penalizzazione crescerebbe per una pensione da 3.500 euro: l’aumento passerebbe da 99,86 a 63 euro mensili, con una perdita di 36,86 euro al mese, pari a 479,18 euro all’anno. Per un assegno da 4mila euro, l’incremento scenderebbe da 111,11 a 60 euro mensili, determinando 51,11 euro in meno al mese, cioè 664,43 euro annui. Una pensione da 5mila euro riceverebbe 60 euro di aumento anziché 133,61 euro mensili, con una perdita di 73,61 euro al mese, pari a 956,93 euro all’anno. Per una pensione da 6.000 euro, l’aumento si ridurrebbe da 156,11 a 72 euro mensili, con 84,11 euro in meno al mese, equivalenti a 1.093,43 euro annui. Infine, per una pensione da 6.200 euro, l’incremento passerebbe da 160,61 a 65,10 euro mensili: la perdita sarebbe di 95,51 euro al mese, pari a 1.241,63 euro all’anno.
Anche la segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, critica le nuove regole di indicizzazione delle pensioni: «Colpiscono il ceto medio dei pensionati a cui negli anni sono già stati richiesti continui sacrifici e strette sulla perequazione al costo della vita. Il costo del positivo intervento di estensione dell'aliquota Irpef del 33% sui redditi fino a 55mila euro non può essere fatto pagare, neppure parzialmente, ai pensionati». «È un problema di giustizia sociale - spiega la leader cislina - perché tagliare la perequazione sui trattamenti superiori a quattro volte il minimo significa chiedere un ulteriore sacrificio a quei pensionati che hanno pensioni lorde di poco superiori a 3mila euro e che negli anni hanno già subito una perdita del potere d'acquisto. Chiediamo su questo una modifica delle misure nel segno di una maggiore equità perché non si può colpire quella massa di contribuenti che la loro pensione l’hanno maturata negli anni attraverso il lavoro e il pagamento dei contributi previdenziali».
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