Amato: «Salari e ascolto per non perdere i giovani»

L'ex premier e ora presidente dell'Istituto Reichlin richiama la politica alle proprie responsabilità per fermare la perdita di capitale umano soprattutto dal Sud
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October 29, 2026
Amato: «Salari e ascolto per non perdere i giovani»
Giuliano Amato, già presidente del Consiglio dei ministri/ IMAGOECONOMICA
Una politica industriale europea e nazionale centrata sul Mezzogiorno, l’unificazione non solo della Zes e degli incentivi, ma dei flussi della finanza e degli investimenti». Sono solo alcune delle proposte che Giuliano Amato, ex presidente del Consiglio e della Corte costituzionale e ora alla guida dell’Istituto Reichlin, lancia in occasione della terza giornata Alfredo Reichlin che si tiene oggi a Barletta.
Il Sud ha grandi potenzialità, ma perché i giovani continuano a scappare?
È vero che negli ultimi anni il Pil delle regioni meridionali è cresciuto più della media nazionale. Molto lo si deve al Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, e agli investimenti che ha portato nel Mezzogiorno. Molto lo si deve anche a una crescita elevata del turismo. La preoccupazione è che finita l’iniezione di risorse da parte del Pnrr, rimanga solo il turismo. E rimangano i problemi che neanche il Pnnr aveva risolto.
Quali sono questi problemi irrisolti?
Nel Sud abbiamo una base industriale e ci sono specialità di rilievo. Dall’aerospazio alle batterie, dai pannelli solari all’agroalimentare. Attorno a questi punti di eccellenza doveva crescere un tessuto di infrastrutture pubbliche e insediamenti minori. In molta parte del Mezzogiorno non è avvenuto. Il rischio è che resti solo il turismo e che le eccellenze rimangano isolate, come le cattedrali del deserto di un tempo. E soprattutto il rischio di perdere il capitale umano. È impressionante il flusso di giovani che si laurea al Sud e poi decide di andarsene al Nord o all’estero.
Come fermare questa emorragia?
Per creare le occasioni ci vogliono risorse finanziarie finalizzate agli investimenti. E migliori infrastrutture diffuse. Noi possiamo essere i profeti di una buona religione, ma non esserne sacerdoti. Assieme alla Svimez stiamo lavorando per suggerire proposte a chi governa.
È preoccupato per questi giovani che scendono in piazza? E cosa pensa delle risposte del governo?
I giovani sono una categoria difficile da definire in termini unitari. Da quello che vediamo in questi giorni ci sono tante cose: l’insoddisfazione per la scuola, per il lavoro precario e a basso salario. C’è anche la questione climatica. Oltre ai minori e ai figli di seconda generazione. È un discorso complesso. In ogni caso la risposta per trattenere i giovani è una sola: retribuzioni più alte, conseguibili con la maggiore produttività di una crescita con innovazione.
E i giovani violenti?
So bene che spesso sono figli o nipoti di immigrati. Non possiamo espellere questi cittadini italiani di seconda o terza generazione. Non possiamo emarginarli. Sono impressionato dalla mancanza di iniziative da parte dei politici. Solo la Chiesa e il presidente Mattarella richiamano alla necessità dell’integrazione. Quando ero ministro dell’Interno del governo Prodi consolidai la consulta interreligiosa voluta dal mio predecessore Beppe Pisanu. Feci scrivere una Carta dei valori condivisa da tutti: cattolici, ebrei, musulmani. Sull’esempio di Charles Taylor (filosofo canadede, ndr) e del Canada: non è assimilazione e non è multiculturalismo. Ma è interculturalismo.
C’è il rischio di tornare indietro? E che i giovani si facciano influenzare?
È vero. Da professore so che i giovani sono tendenzialmente disponibili. Anche per questo da quando esiste il digitale c’è la possibilità che ne ricavino modelli alternativi e radicali. Addirittura violenti. Se sono abbandonati a sé stessi, c’è il rischio che cadano in quei modelli se non c’è un’alternativa educativa. È chiaro comunque che accanto all’educazione, occorre l’attenzione contro la radicalizzazione da parte del ministero dell’Interno e della Polizia postale.
Come educare le nuove generazioni?
La nostra non è una cattiva scuola, ma ha un compito educativo che va oltre le discipline del programma. E perciò gli insegnanti vanno preparati. Purtroppo poi abbiamo una famiglia in crisi, che troppo spesso non sente più la responsabilità genitoriale o non è in grado di esercitarla. C’è bisogno di recuperare l’autorevolezza. Il che è difficile con le famiglie povere, dove entrambi i genitori lavorano. Abbiamo un milione di poveri sotto i 18 anni. Il numero dei minori in povertà sale al 30% per i figli di genitori stranieri. Forse solo la Chiesa e lo sport offrono i luoghi di aggregazione in cui i giovani possono imparare le regole della convivenza.
E la politica cosa può fare?
La politica dovrebbe riuscire a ripristinare quello che la Costituzione le chiederebbe: ossia la partecipazione dei cittadini. E quindi la condivisione dei processi. O la distanza rimarrà enorme. È ovvio che ci sia l’astensionismo, se è una volta sola ogni cinque anni che mi coinvolgono perché dica la mia. Le preferenze previste dalla nuova legge elettorale sono un piccolo aiuto.

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