Sulle armi all'Ucraina la Lega rischia la scissione

È tensione nel Carroccio dopo il voto contrario alla Camera di due deputati. Vannacci attacca il Governo e non chiude all'ipotesi di un nuovo partito. Sasso: «Sensibilità comune» con il generale.
January 16, 2026
Un momento della manifestazione della Lega con Matteo Salvini e Roberto Vannacci in piazza Santi Apostoli a Roma
Un momento della manifestazione della Lega con Matteo Salvini e Roberto Vannacci in piazza Santi Apostoli a Roma, 6 giugno 2024. ANSA/CLAUDIO PERI
Gli aiuti all’Ucraina lacerano il centrodestra e aprono una crepa profonda nel Carroccio, con due leghisti che votano contro la risoluzione della maggioranza e in dissenso dalla linea di Matteo Salvini, mentre Roberto Vannacci arringa i suoi contro il sostegno a Kiev. Il testo, alla fine, ieri è passato con 186 favorevoli, 49 contrari e 81 astenuti. Mentre il solito valzer di risoluzioni ha accompagnato il passaggio in Aula delle opposizioni, ancor più sfibrate della coalizione di governo.
La risoluzione di maggioranza impegna il Governo a continuare con gli aiuti assieme ai Paesi alleati, con «un contributo coerente con gli impegni assunti e finalizzato alla difesa della popolazione, delle infrastrutture critiche e in prospettiva alla sicurezza complessiva del continente europeo». Il termine “militari”, dopo aiuti, fa capolino nelle prime righe di premessa, ma sparisce nelle conclusioni, quelle realmente vincolanti. Una mediazione rivendicata dalla Lega, ma evidentemente non sufficiente a garantire il pieno appoggio del partito.
Il voto è preceduto dal duro intervento di Guido Crosetto, che non lesina critiche a chi «si vergogna» di contribuire alla difesa della popolazione ucraina. Se necessario anche con l’utilizzo di armi. «Io ne sono fiero», incalza, perché «quando un'arma impedisce a un'altra arma di cadere su un ospedale, su una centrale elettrica o su un palazzo», diviene un mezzo a tutela della libertà.
Parole che non convincono Edoardo Ziello e Rossano Sasso, i due leghisti dissidenti (assieme all’ex FdI Emanuele Pozzolo), che rivendicano una scelta «secondo coscienza» e rispettosa degli elettori del Carroccio: «Continuare a inviare armi e soldi – spiega Sasso sui social – non aiuta di certo il processo di pace e non rappresenta l'interesse nazionale». Poi, in un'intervista a La Repubblica non nasconde di avere «una sensibilità comune» con Vannacci. «È innegabile», ammette, facendo intendere che il regista del voto contrario sia stato proprio il generale. E lasciando più di una porta aperta alla possibilità di presentare emendamenti. «Ci stiamo pensando - spiega Sasso -, stiamo valutando. Poi ci sarà l'Aula. Probabilmente presenteremo nostre proposte. È una questione di coerenza, noi lo siamo, gli altri no». E alla domanda se lascerà il partito (ipotesi ieri data quasi per certa), risponde: Perché? per essere stato coerente?», ripete. «Ora il contesto è cambiato - aggiunge l'esponente del Carroccio -. E l'invio delle armi non ha portato i risultati che si immaginava. Servirebbe un decreto Italia, altro che decreto Ucraina. Inviare ulteriori armi e soldi a Zelensky non rappresenta l'interesse nazionale e per questo motivo ho votato in dissenso dal gruppo della Lega. Io dico no ai soldi degli italiani per Zelensky. Ci vuole coerenza. Lo ha ribadito anche il presidente Trump: Zelensky ostacola la pace».
Ad aleggiare sulla salute del Carroccio, c'è anche il fantasma di un nuovo partito, che potrebbe essere guidato proprio da Vannacci. Ipotesi che il generale per adesso definisce solo «speculazioni», senza però sbarrare la strada del tutto. Anzi: «Al momento non è in agenda, ma in futuro non escludo nulla», sottolinea.
Eppure, non ci sarebbe «nessuno scossone», giurano da via Bellerio, ma è dura negare le tensioni: in Aula non ci sono i ministri del partito e fuori il team Vannacci organizza un sit-in contro il sostegno militare a Kiev. L’ex generale lo dice chiaramente: «È contraddittorio inviare armi e poi affermare contestualmente che non è opportuno l'invio di uomini sul terreno perché a fronte di una potenza militare come la Russia non sarebbero mai abbastanza». Poi puntualizza: «Non ho mai cambiato posizione a riguardo». Anche su questo il partito prova a gettare acqua sul fuoco. Fonti del Carroccio fanno sapere che tra il segretario e l’eurodeputato c’è «totale serenità», che però non è la consueta «sintonia» che in genere si utilizza in questi casi per affermare una identità di vedute.
In Senato, invece, nessuno in maggioranza vota contro, ma si registra la non partecipazione al voto di Claudio Borghi. Il senatore leghista specifica di essere «soddisfatto a pieno del dispositivo» che lui stesso, dice, ha contribuito a scrivere. Borghi sostiene anche di non aver votato la risoluzione perché «non è il decreto». Tuttavia dimentica di aver promesso, ribadendo l’impegno il 30 dicembre scorso, di non votare più provvedimenti per inviare nuove armi all’Ucraina. Si vedrà.
Certo è che Crosetto non riesce a nascondere la sua insofferenza e dopo il voto di Palazzo Madama torna sui leghisti, ma stavolta in modo esplicito. I cronisti gli chiedono conto dell’uscita del capogruppo del Carroccio, Massimiliano Romeo, sulla «retorica bellicista» attorno al conflitto in Ucraina. Lui replica secco: «Riferirsi a questo decreto dicendo che è un esempio di retorica bellicistica dopo essere stati i primi ad approvarlo nel 2022 mi sembra una cosa strana. Non penso si riferissero a quello del governo Draghi di cui facevano parte diversi partiti».
Sul fronte opposto, come detto, le cose non vanno meglio. Il Pd vota la propria risoluzione astenendosi su quella degli altri partiti, sia di maggioranza sia di opposizione. Era già successo nelle occasioni precedenti, ma stavolta vota contro due punti delle mozioni presentate da Avs e M5s, in cui si chiede lo stop agli aiuti militari. Inoltre, alcuni riformisti del partito, Lia Quartapelle, Virginio Merola, Lorenzo Guerini e Marianna Madia, appoggiano anche le risoluzioni di Italia Viva e di Più Europa, e bocciano la mozione dei pentastellati.

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