L’Ue corre (divisa) ad armarsi, tra nuove minacce e tanti soldi
Le guerre e il "disimpegno" dell'antico alleato americano spingono l'Unione a investire in difesa e sicurezza: il piano da 800 miliardi e i nodi da sciogliere

L’Europa corre al riarmo, mai come negli ultimi anni si è sentito parlare dell’urgenza di una difesa dell’Ue. «Il tempo delle illusioni è finito – dichiara la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen al Parlamento Europeo l’11 marzo 2025 - pensavamo di godere di un dividendo di pace ma in realtà, stavamo solo gestendo un deficit di sicurezza». Una svolta epocale che ha anzitutto una causa primaria: il concretizzarsi della minaccia costituita dalla Russia. Se già nel 2014 Mosca aveva annesso la Crimea e occupato il Donbas, l’attacco globale all’Ucraina nel febbraio 2022 ha dato la sveglia finale all’Europa. Nel 2025, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha fatto capire che l’era del comodo “ombrello” Usa è finita.
«Due settimane fa la Russia ha riportato la guerra in Europa» si legge nella dichiarazione dei leader Ue al termine del vertice di Versailles dell’11 marzo 2022. L’invasione «costituisce uno smottamento tettonico nella storia europea». Dunque, «abbiamo deciso di assumerci più responsabilità per la nostra sicurezza e intraprendere passi decisi per costruire una sovranità europea». Tra i punti centrali, il rafforzamento delle capacità di difesa, con l’incremento delle spese militari, impegno ribadito nelle conclusioni di vari Consigli Europei. C’è fretta: il Parlamento Europeo, in una risoluzione approvata l’11 marzo, sottolinea «gravi e persistenti lacune, in particolare nella difesa aerea e missilistica, nell’artiglieria, nei missili e nelle munizioni, nei droni e nei sistemi anti-drone, capacità organizzative strategiche, nella mobilità militare, nel cyberspazio, nell’intelligenza artificiale, nella guerra elettronica e nei sistemi di combattimento terrestri e marittimi». Intanto, Mosca, sottolinea il think-tank Bruegel, dal 2022 ha aumentato del 220% la produzione di carri armati, del 150% di veicoli corazzati e del 435% di droni-kamikaze a lungo raggio. Uno sforzo gigantesco che, dicono gli esperti, non si giustifica con la sola guerra in Ucraina. Mosca, avvertono i servizi di Germania, Polonia, Danimarca, Stati baltici e la Nato, potrebbe essere pronta a un attacco alla Nato/Ue tra tre e dieci anni. I numerosi avvistamenti di droni in varie parti d’Europa che hanno portato alla chiusura degli aeroporti di Copenaghen, Oslo, Monaco, attacchi cibernetici a infrastrutture di vari Paesi Ue, sconfinamenti di caccia russi nei cieli di vari Stati Ue, ammonisce la premier danese Mette Fredriksen, «sono soltanto l’inizio».
La Commissione stima a 500 miliardi di euro gli investimenti aggiuntivi necessari di qui al 2030. Secondo Bruxelles, la spesa di difesa europea nel 2024 ha toccato 343 miliardi di euro dai 189 miliardi del 2014. Nel 2025 dovrebbe aver raggiunto 381 miliardi (e aumenterà ancora, complice l’accordo Nato per un incremento al 5% del Pil di qui al 2035), ma ancora non basta. Bruxelles si è assunta il difficile compito di guidare questa gigantesca trasformazione, anche se, da Trattato, la difesa è stretta competenza nazionale. Non si parla di un «esercito europeo», replica la Commissione, ma di un coordinamento, riducendo i colli di bottiglia e le incompatibilità e favorendo l’industria militare europea, creando una «Unione di difesa europea». Per gestire questa mission, prima assoluta, al suo secondo mandato (dal primo dicembre 2024) Von der Leyen, ha creato la carica di «commissario alla Difesa» affidata all’ex premier lituano Andrius Kubilius.
Già nel 2023 la Commissione lancia il programma Asap, 500 milioni di euro per la produzione di due milioni di munizioni entro il 2026. Il 5 marzo 2024 presenta l’Edis, la Strategia europea industriale di difesa, volta a migliorare e coordinare gli investimenti e accelerare la produzione di armamenti.
Il 19 marzo 2025 arriva il Libro bianco sulla Difesa con il piano RearmEU/Readiness2030. Obiettivo: creare entro il 2030 un «mercato europeo della difesa». Il cuore è un piano da 800 miliardi di euro, di cui 150 miliardi del fondo Safe. Sono prestiti Ue per le spese di difesa degli Stati membri, già completamente sottoscritti: vi hanno fatto ricorso 16 Stati, tra cui l’Italia (14,9 miliardi di euro). Il resto sarà ottenuto in buona parte grazie alla possibilità di attivare a livello nazionale la sospensione parziale delle regole del Patto di stabilità per le spese di difesa. Al momento 17 Stati Ue (non l’Italia) l’hanno già fatto. Possibile anche il reindirizzamento parziale dei fondi del Recovery Fund per progetti di difesa e sicurezza. Fondi in arrivo pure dalla Bei, che ha raddoppiato i finanziamenti per la difesa da 1 miliardo nel 2024 a circa il doppio nel 2025. Nell’ottobre 2025 la Commissione ha poi presentato la tabella di marcia per Readiness2030 , con quattro priorità: European Drone Defence Initiative (il “muro di droni”); Eastern Flank Watch (monitoraggio del fianco est dell’Ue); European Air Shield (lo scudo aereo europeo); Defence Space Shield (lo Scudo spaziale di difesa).
A novembre 2025 è partito il primo programma europeo per l’industria della difesa (Edip) dotato di 1,5 miliardi di euro fino al 2027, per rafforzare la base tecnologica e industriale della difesa. Dal 2024 è attivo l’Edirpa, un programma che dovrebbe mobilitare fino a 8 miliardi di euro di qui al 2027, per incentivare la cooperazione tra più Stati membri sul fronte delle gare d’appalto in difesa. A novembre 2024 la Commissione ha approvato il finanziamento dei primi cinque progetti transfrontalieri (difesa aerea e missilistica, munizioni, veicoli corazzati), coinvolti venti Stati membri, tra cui l’Italia. Potremmo poi ricordare gli 8,8 miliardi di euro del Fondo europeo per la difesa e 1,7 miliardi di euro dalla
Connecting Europe Facility per la mobilità militare. Lanciati inoltre la “Schengen militare” per agevolare e velocizzare lo spostamento di truppe da uno Stato membro all’altro e l’Omnibus militare, semplificazioni amministrative e burocratiche per facilitare gli investimenti in difesa. Ancora troppo poco, lamentano i critici. Vari Stati, come Italia, Francia, Spagna, chiedono l’emissione di Eurobond per gli investimenti di difesa. Soprattutto Germania e Paesi Bassi, però, per ora non ci sentono.
Negli ultimi mesi si è aperto un altro fronte: la discussione sul paragrafo 42,7 del Trattato Ue: «Qualora uno Stato membro subisca un'aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso». Una formula vaga, molti a Bruxelles vorrebbero leggerla come l’equivalente Ue dell’articolo 5 del Trattato Nato (un attacco a un Alleato è un attacco a tutti), Von der Leyen preme in questo senso. Le posizioni sono diverse tra le capitali, mentre il segretario generale della Nato Mark Rutte ammonisce a evitare «duplicazioni». Intanto, lo scorso 2 marzo il presidente francese Emmanuel Macron ha offerto di dispiegare parte del deterrente nucleare francese in altri parti d’Europa. Secondo Parigi, interesse hanno già mostrato Germania, Polonia, Olanda, Belgio, Grecia, Svezia, Danimarca e Regno Unito.
Al solito, restano divisioni, come si è visto per l’articolo 42,7 e gli Eurobond. Così la Francia preme per una «sovranità» europea, la Germania, insieme all’Italia e ai Paesi centro-orientali insistono per una complementarità con la Nato. Divisioni pure sul Buy European per i prodotti militari: la Francia è più rigida, la Germania, i Paesi centro-orientali, il Nord Europa, vogliono elasticità. Per non parlare dei progetti industriali comuni. Il più clamoroso fallimento riguarda il progetto congiunto Francia-Germania-Spagna sul Future Combat Air System (Fcas), per caccia da combattimento, lanciato nel 2017 con 100 miliardi di euro. Il progetto è in stallo da un anno per divergenze tra Parigi e Berlino, a febbraio il cancelliere Friedrich Merz l’ha in sostanza silurato. «Non abbiamo storie di successo – lamenta Kubilius – nello sviluppo di progetti di difesa paneuropei. Il Fcas è l’ultimo esempio». Superare il particolarismo europeo sarà arduo.
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