Legge elettorale, la riforma va in Aula il 26 giugno. Le opposizioni: «Forzatura»
di Antonio Fera
Non passa la proposta del presidente della Camera Fontana per il rinvio di tre giorni. Meloni difende il progetto: «Serve all'Italia». Sullo sfondo resta il nodo delle preferenze, mentre Vannacci attacca: «Ci vogliono escludere»

La mediazione di Lorenzo Fontana non basta. La legge elettorale approderà in Aula venerdì 26 giugno, come previsto dal calendario iniziale, nonostante il tentativo del presidente della Camera di concedere qualche giorno in più alla commissione Affari costituzionali. La Conferenza dei capigruppo conferma la tabella di marcia e riaccende immediatamente lo scontro politico attorno alla riforma.
L'accusa delle opposizioni
Pd, M5s, Avs, Iv e Azione chiedevano di rinviare la discussione a luglio, per consentire alla commissione di completare l'esame degli emendamenti. La richiesta non è passata e dalle opposizioni è partita l'accusa di voler comprimere il confronto parlamentare su una delle riforme più rilevanti della legislatura. «È l'ennesima forzatura», attacca la capogruppo dem Chiara Braga. Per il Pd, dietro l'accelerazione dei lavori c'è una maggioranza che «non riesce a trovare la quadra» e che punta a modificare le regole del voto «per paura di perdere le elezioni».
Il terreno delle preferenze
È però soprattutto sul tema delle preferenze che si concentra il confronto politico. Le opposizioni leggono nell'accelerazione impressa ai lavori il tentativo di evitare un passaggio considerato particolarmente delicato per gli equilibri del centrodestra. La capogruppo di Iv Maria Elena Boschi parla apertamente del rischio di uno «showdown» nella maggioranza e accusa il centrodestra di voler interrompere il lavoro della commissione prima che emergano le divisioni tra gli alleati. Sulla stessa linea il M5s. Per la vicecapogruppo Carmela Auriemma «con 300 emendamenti da esaminare due giorni non bastano». Da qui la richiesta di «un confronto franco sulle preferenze».
La difesa della riforma
Dal centrodestra la risposta arriva direttamente da Giorgia Meloni. Dal palco de Il giorno de La Verità, intervistata da Maurizio Belpietro, intervistata dal direttore Maurizio Belpietro, la presidente del Consiglio respinge l'idea che la riforma sia costruita per favorire la maggioranza e la presenta invece come una garanzia di stabilità. «Non penso sia una legge che serve al centrodestra, ma a chi vince le elezioni per avere i numeri per governare», afferma la premier. Per Meloni la riforma «serve all'Italia» e «sarebbe devastante tornare indietro», perché riporterebbe il Paese a una stagione di maggiore instabilità politica.
Le tensioni in commissione
Che le preferenze restino il punto più sensibile della riforma lo dimostra anche quanto accade nelle stesse ore in commissione Affari costituzionali. Futuro nazionale va all'attacco dopo la bocciatura di un emendamento presentato da Edoardo Ziello sull'ordine dei candidati nelle liste elettorali. Il deputato parla di una proposta pensata per «stanare» la Lega e verificare le reali intenzioni della maggioranza sul tema delle preferenze. La replica arriva dal leghista Igor Iezzi, che ironizza sulle «liste bendate», e da Forza Italia, che definisce l'emendamento «incomprensibile» e contrario al principio del merito.
L'affondo di Vannacci
A chiudere la giornata è Roberto Vannacci. «Noi siamo gli unici a volere le preferenze. Ci vogliono escludere», attacca il leader di Futuro nazionale, accusando sia la sinistra sia quella che definisce l'«Alleanza di centrodestra» di voler impedire il voto sugli emendamenti del suo movimento. Nel mirino finiscono soprattutto le proposte sulle preferenze, sulla revisione dell'alternanza di genere e sulla raccolta digitale delle firme. Un affondo rivolto tanto alle opposizioni quanto agli alleati di maggioranza e che finisce per riportare il confronto esattamente sul terreno indicato dai suoi avversari: quello delle divisioni che continuano ad attraversare il centrodestra sulla riforma elettorale.
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