De Luca (Pd): «La sinistra più unita della destra sull'Europa»
Per il parlamentare dem «consolidare l’integrazione non è più un’opzione, è una scelta obbligata»

«L’Europa non è la causa, ma è la soluzione ai problemi dei nostri cittadini, cui gli Stati da soli non riescono a far fronte. Consolidare l’integrazione non è più un’opzione, è una scelta obbligata». Lo afferma Piero De Luca, deputato del Pd, in queste settimane in libreria con L’idea di Europa e il suo destino.
Ma qual è questo destino dell'Europa?
Su alcuni temi, come gestione delle migrazioni e crisi finanziarie, l'Ue ha balbettato negli anni, ma per colpa di chi ha remato contro. Lo abbiamo visto in questi giorni per Ceuta: la destra mondiale del fronte Maga ha scelto di fare sciacallaggio su una tragedia. Meloni ha proposto la sospensione di Schengen, una soluzione di sola propaganda, inutile, miope e controproducente: nel 2023-2025 l'Italia ha avuto oltre 290mila ingressi irregolari, contro circa 159mila in Spagna. Siamo i primi ad aver bisogno di un meccanismo europeo di sostegno e condivisione delle responsabilità. Indebolire l’Europa vuol dire danneggiare i nostri stessi interessi nazionali. Non a caso anche il presidente Mattarella, con straordinaria lucidità, ha invitato a non abbandonare l'ipotesi di una nuova Convenzione europea.
Come si possono affrontare le diversità economiche tra gli Stati membri?
L'Europa è la nostra rete di protezione. Bisogna consolidarne anzitutto il ruolo di attore internazionale e diplomatico. E dobbiamo avere il coraggio di costruire una vera difesa europea, puntando anche sul “buy european”, per efficientare le risorse e rafforzare il pilastro europeo nella Nato. È necessario poi fare passi avanti ulteriori, con un nuovo Next Generation strutturale e politiche industriali comuni. Bisogna infine superare il diritto di veto, che paralizza decisioni fondamentali. L'Europa è chiamata a un passo decisivo verso una maggiore autonomia strategica. L'ambiguità della destra sul punto non è un valore, è un errore storico.
Qual è la visione del Pd e del campo largo su questi temi?
Il campo progressista è molto più unito della destra sulla prospettiva europeista. Ci sono sensibilità ancora diverse su alcuni punti, come il sostegno militare all'Ucraina o sugli strumenti per rafforzare la sicurezza. Ma anche su questo, l'esigenza politica di evitare una corsa inefficace a riarmi nazionali e di lavorare invece per una vera difesa comune europea mi pare patrimonio condiviso del centrosinistra. Sui punti ancora aperti, dobbiamo rafforzare e accelerare gli sforzi per definire una base programmatica condivisa. Il lavoro di tessitura paziente che porta avanti la segretaria Schlein ha prodotto finora risultati importanti, con tante proposte comuni. Sono fiducioso.
Riuscirete a trovare una sintesi dopo le frasi di Conte?
Sì. Oggi dobbiamo anzitutto dire al Paese quale direzione proponiamo. Il governo ha tradito le promesse e ci lascia un Paese a crescita quasi zero e allo sbando sulla sicurezza. È evidente che non basta solo criticare la destra, serve un progetto. Dobbiamo partire dai bisogni reali delle persone. Il tutto difendendo l'esigenza di tenere unita l'Italia e non spaccarla, come sta facendo la destra con l’autonomia differenziata.
E cosa pensa delle primarie?
Se la destra dovesse cambiare la legge elettorale, il leader non può che definirsi al termine di un percorso politico, dopo aver stabilito anzitutto un programma comune. Le primarie sono uno strumento che il Pd ha come elemento integrante e costituitivo del suo dna. Chi le vince però deve guidare la coalizione, non soltanto il proprio partito.
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