La grazia a Minetti e quel tentativo maldestro di gettare un'ombra sul Quirinale

L’intento di Mattarella nell’emettere l'atto di clemenza individuale era in piena buona fede, e cioè quello di favorire la cura di un piccolo affetto da una grave patologia
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June 4, 2026
La grazia a Minetti e quel tentativo maldestro di gettare un'ombra sul Quirinale
Nicole Minetti alla Regione Lombardia nel 2012 / REUTERS/Paolo Bona
Il sospetto da taluni (ma non dal nostro ordinamento) descritto come l’anticamera della verità, può rivelarsi invece l’anticamera della vanità. Il movente autoreferenziale, la tesi per partito preso non è mai buona consigliera e può creare abbagli. Così il caso Minetti si sgonfia vistosamente. E in modo definitivo, a meno che non si intenda teorizzare l’indipendenza della magistratura a corrente alternata, spegnendo l’interruttore quando essa produce sentenze diverse da quelle auspicate. Il capo dello Stato, come ogni essere umano, può anche sbagliare, e Sergio Mattarella non possedendo (per fortuna) strumenti in grado di sviluppare supplementi di istruttoria in proprio aveva preso in considerazione questa ipotesi quando ha invitato il ministero della Giustizia (che aveva istruito la pratica per la grazia alla ex consigliera regionale, igienista dentale protagonista nel caso Ruby) a verificare «con cortese urgenza» la «fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa». La verifica è stata fatta, e anche con urgenza. Ma prima ancora di prendere atto di questo esito vale la pena sottolineare che, seppure le risultanze fossero state diverse, l’intento di Mattarella nell’emettere questo atto di clemenza individuale era ed è in piena buona fede, e cioè quello di favorire la cura di un piccolo affetto da una grave patologia, che dal suo punto di vista valeva quanto, anzi di più, di un affidamento ai servizi sociali. Nulla più. E la riservatezza con cui si era proceduto da parte del Quirinale, al fine di tutelare la privacy del piccolo, appare in aperta coerenza con l’intento di partenza, che sarebbe di certo stato inficiato da una pubblicità mediatica della grazia. Si dà il caso invece che Mattarella non aveva sbagliato: così ha stabilito con assoluta nettezza la procuratrice generale di Milano Francesca Nanni, dall’alto della sua esperienza di magistrata esperta e stimata. La sensazione che lascia allora questa vicenda, questo dispiegamento mediatico di forze esercitato senza alcun riguardo degli interessi di un bambino gravemente sofferente, è quella di un tentativo mal riuscito di gettare un’ombra, anche con toni irridenti, sulla istituzione garante dell’unità del Paese. La quale, evidentemente, viene vista come il fumo negli occhi da chi, su un fronte e sull’altro del panorama politico ed editoriale, si muove in un clima guerra permanente, sabotando sul nascere ogni ipotesi di dialogo, persino di rispetto, fra partiti e fra istituzioni diverse. Una politica guerreggiata, questa, che piace poco agli italiani (i quali mostrano un preoccupante distacco da essa) e che per autoalimentarsi ha bisogno di mettere nel mirino, anche in modo maldestro, chi si fa garante dell’unità del Paese e dalla leale collaborazione istituzionale.

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