Dalla premier una mossa tardiva, eredità di lezioni non ascoltate
Il terremoto post referendum fa cadere la maschera di un governo che si credeva forte, ma che stava smarrendo la bussola. E il braccio di ferro con Santanchè apre scenari imprevisti

La bistecca è costata cara, carissima a Giorgia Meloni, partita oltre tre anni fa da nuova leader europea (con tanto di copertine su "Time" e "The Economist") e ritrovatasi ora, dopo il referendum, «anatra zoppa», per usare la profezia di Matteo Renzi.
E spiazza, francamente, che una politica universalmente ritenuta esperta e navigata sia scivolata su una vicenda che era di lettura pressoché scontata. Perché erano un atto dovuto sin dalla settimana scorsa le dimissioni di Andrea Delmastro Delle Vedove, non era più sostenibile la permanenza di un sottosegretario (alla Giustizia!) che mentre era al Governo, con problemi drammatici da affrontare come il sovraffollamento delle carceri, trovava il tempo di dilettarsi di ristorazione e per di più entrando in affari con una 18enne (!) che faceva pagamenti in contanti, figlia del condannato Mauro Caroccia noto a tanti a Roma - ma non al “numero due” di via Arenula, il che appare incredibile - per una vicenda di intestazione fittizia di beni di proprietà del clan Senese. Che fine ha fatto la destra che sosteneva Mani pulite e faceva della legalità un tema identita-rio, che fine ha fatto la premier che confessava di essere entrata in politica in omaggio al giudice Borsellino ucciso dalla mafia? Troppo grave lo scarto, troppo grande l’abisso fra gli ideali sbandierati e la prassi del partito guidato da Meloni. Che anziché evocare «manine» avrebbe dovuto agire subito verso il politico biellese. Soggetto, peraltro, particolarmente sfortunato: c’era lui quando a una festa di Capodanno il suo collega Pozzolo (ora passato con Vannacci) portò una pistola che ferì il genero di un agente di scorta del sottosegretario; era sempre lui a passare al deputato e amico Giovanni Donzelli atti riservati sulle visite in carcere di esponenti del Pd all’anarchico Cospito e a tre boss al “41-bis”. Per non dire dell’altra “perla” della frase sui detenuti da «non lasciar respirare». Tutte vicende “perdonate” a Delmastro, ma quest’ultima non poteva esserlo. Ci sono nelle «leggerezze» aspetti di opportunità politica che valgono anche più di un eventuale profilo penale (che per ora non c’è). Tanto più che il rovescio della medaglia era anche peggiore per il capo del Governo: se Delmastro, che è stato avvocato di Giorgia Meloni, rimane a ogni costo al ministero malgrado i suoi ripetuti incidenti - era il ragionamento che diversi facevano - forse è perché detiene segreti poco commendevoli sul partito e su chi ne fa parte. Distinto è il caso di Giusi Bartolozzi, la capo di gabinetto del ministro Nordio che, pur trascinata incredibilmente lei stessa in una cena alla “Bisteccheria” (come non esistessero altri ristoranti...) appena 6 mesi dopo la condanna in appello di Caroccia, paga soprattutto le sue infelici frasi sui magistrati alla vigilia del voto referendario. Nella foga da repulisti post sconfitta, Meloni ha aperto poi il “dossier Santanchè”, che andrà a processo per falso in bilancio. Qui però la leader di Fratelli d'Italia deve stare doppiamente attenta, perché dovrebbe sconfessare anche se stessa: troppo a lungo ha tollerato, infatti, i ripetuti guai giudiziari della ministra del Turismo (peraltro mai condannata, finora), chiedere ora che lasci è come ammettere che non ha avuto la forza di farlo prima e la rende meno credibile, oltre al rischio di innescare un inedito braccio di ferro dentro la compagine governativa. Dovrebbe spiegare il perché, al di là del solido rapporto che lega Daniela Santanchè a Ignazio La Russa, il presidente del Senato. È probabile che la premier si stia rendendo conto, come capita spesso quando si è al potere da anni, di non aver più compreso, anzi sottovalutato la portata reale di certi episodi. Affrontarli ora tutti insieme cercando una tardiva normalizzazione, può dare vita a contraccolpi anche imprevisti.
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