Così Meloni ha scelto la linea del "trumpismo cauto"

Durante la conferenza stampa di inizio anno, la presidente del Consiglio si è allineata alla posizione della Casa Bianca, tentando di conservare però margini negoziali. E sull'Ucraina ha indicato a Bruxelles l'opzione necessaria del confronto con Mosca
January 9, 2026
Così Meloni ha scelto la linea del "trumpismo cauto"
Giorgia Meloni / Siciliani
Nessuna critica o accusa di «appiattimento» smuoverà Giorgia Meloni da una certezza granitica: non c’è alcun modo di rapportarsi a Donald Trump efficace quanto quello che ha scelto lei. Con il tycoon, ma senza lasciarsi sfilare dall’Europa. Mostrando di comprendere le ragioni di fondo del presidente Usa al netto dei «modi assertivi», ma provando a contemperarle con un’azione paziente, non emotiva. Un “trumpismo cauto” che regge l’urto degli eventi. Che presenta sì un prezzo da pagare - la conferenza stampa si è aperta con il riconoscimento di fatto del governo venezuelano di Delcy Rodriguez, secondo la linea di Washington -, ma che consente anche di conservare dei margini negoziali con l’amministrazione Usa. Sull’Ucraina. E anche, secondo Meloni, sulla Groenlandia.
«Continuo a non credere - dice Meloni - nell’ipotesi che gli Usa attuino un’azione militare per assumere il controllo della Groenlandia. Una opzione che chiaramente non condividerei, l’ho già messo nero su bianco. Io credo non converrebbe a nessuno, non converrebbe neanche agli Stati Uniti». Sin qui la parte “critica” verso le affermazioni di Trump, con il quale «non sono sempre d’accordo». Cui segue la parte construens: «L’Europa deve continuare a lavorare in ambito Nato per una maggiore presenza nell’area artica». Insomma, gli affondi trumpiani si devono smorzare mostrandosi capaci di mettere soldi e attenzioni dove il tycoon indica le priorità, per evitare gli scenari peggiori. Anche l’Italia, dice la premier, presenterà entro fine mese una propria strategia sull’Artico elaborata dalla Farnesina, con attenzione «alla sicurezza della regione».
Insomma the Donald va preso sul serio, di modo da mantenere la facoltà di dirgli quando sbaglia, come ad esempio sul diritto internazionale che, per la premier, «va difeso». «Quando non sono d’accordo semplicemente glielo dico», è la professione di libertà della premier. Condita da realismo, tanto realismo: «Quale è l’alternativa? Togliere le basi agli americani, assaltare i McDonald’s?», è la contro-domanda che rivolge ai giornalisti.
Allo stesso tempo, la premier sembra più consapevole di dover investire sull’Europa. Convincendola anche a scelte che ora sembrano al limite dell’impossibile. Quando parla di Ucraina, Meloni non solo ribadisce di ritenere «non necessario» l’invio di truppe italiane (visto che le garanzie di sicurezza possono venire, come da lei indicato, da un meccanismo analogo all’articolo 5 della Nato), ma invita «il Pd, se ha cambiato idea, a presentare una mozione per mandare militari». Poi cerca di trovare condivisione in Europa sul ritorno al dialogo con Mosca. «L’ultima cosa che vorrei fare è un piacere a Putin...», premette. Poi però non lascia adito a dubbi: «Se l’Europa vuole stare nel processo di pace, non può parlare con una parte sola». Deve dunque dialogare con la Russia. Ma non «in ordine sparso», né alla Orbán né alla Macron. Come, allora? Meloni svela il suo favore a una proposta che in principio fu di Matteo Renzi: un inviato speciale dell’Ue per l’Ucraina, che insomma parli a nome di tutti.
Il sospetto è dietro l’angolo: sono parole che devono compiacere Matteo Salvini? La premier si inalbera: «Nel nostro governo non esistono filorussi, i fili ce li hanno i burattini». Scatta un applauso dalle sedie occupate dallo staff di Palazzo Chigi presente nell’aula dei gruppi di Montecitorio, e i giornalisti si irritano perché in queste conferenza si cerca di tenere sempre un rapporto “anglosassone” con il premier.
Ma sono in realtà settimane che Meloni difende Salvini. Ieri ha aggiunto anche un mezzo attacco alla principale insidia interna alla Lega, il generale Vannacci. La premier blinda i suoi alleati. Li coccola. Anche Tajani è “protetto” dalle critiche dei Berlusconi, perché quello che ha fatto dopo la morte del Cav., dice, «è un miracolo».
Tenere la maggioranza unita sulla politica estera, anche a costo di qualche deroga lessicale alle sue posizioni storiche, è vitale per realizzare il suo principale obiettivo: arrivare a fine mandato, perché non esistono le ipotesi di voto anticipato che la stampa ha attribuito al «tremendo Fazzolari».
E nel solco della credibilità della politica estera italiana, Meloni parla anche del suo rapporto con Mattarella: «Ottimo - dice - anche se non siamo sempre d’accordo, lo dice anche lui». Il riferimento probabilmente è all’occasione in cui il capo dello Stato ha detto di condividere tutte le leggi che firma. Ma la premier ha detto queste parole in un contesto in cui riconosceva a Mattarella di «esserci sempre quando c’è da difendere l’interesse nazionale». E poco prima aveva detto che la sua linea «con l’Ue e con l’Alleanza atlantica» rappresenta il faro. Tra le righe, però, sembra emergere dalle parole della premier una distinzione tra il suo rapporto con Mattarella e il suo rapporto con il Quirinale. Forse sono le scorie del caso Garofani.

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