Cosa sta succedendo con la proposta di legge sull'antisemitismo

Depositato l’articolato ufficiale del Partito democratico, ma i colleghi riformisti che si riconoscono in quello di Delrio non lo firmano.
La proposta, che non applica la definizione dell’Ihra, adotta e amplia quella del Consiglio d’Europa sui «discorsi d’odio». Le nostre interviste
January 23, 2026
La commemorazione delle vittime del massacro compiuto da Hamas, tenuta il 7 ottobre scorso nella Sinagoga della Capitale / ANSA
La commemorazione delle vittime del massacro compiuto da Hamas, tenuta il 7 ottobre scorso nella Sinagoga della Capitale / ANSA
Andrea Giorgis allarga le braccia quando gli si chiede conto dei dem che non hanno firmato il suo ddl sull’antisemitismo. «Non è un problema», prova a minimizzare, «non hanno ritenuto di farlo e hanno illustrato le loro ragioni». In fondo, è il ragionamento della maggioranza schleiniana, si tratta solo di 5 senatori su 38, uno scarto fisiologico per un partito plurale come il Pd. Ma certo il tema avrebbe richiesto unità all’interno del partito leader del centrosinistra. Anzi, qualcuno nel Pd sperava addirittura in una soluzione bipartisan. «Questo è vero», ammette il senatore, e a quel punto palesa anche la convinzione che la scelta di non firmare sia «grave» e, forse, riconducibile a un posizionamento interno. Di fatto, dopo quanto accaduto a seguito della presentazione della proposta di Graziano Delrio, l’antisemitismo si conferma un terreno di lotta intestina e solo la fase emendativa, con la possibile convergenza della minoranza del Pd a testi della maggioranza, darà l’esatta misura della frattura.
Riavvolgiamo il nastro. Ieri si è tenuta l’attesa riunione dei senatori del Pd per arrivare a una proposta condivisa sull’antisemitismo. Quella di Delrio, relegata dal capogruppo Francesco Boccia a «iniziativa personale», non era piaciuta alla maggioranza del partito: «Nega il diritto di critica a Israele», avevano accusato diversi senatori. Dopodiché Giorgis ha deciso di prendere l’iniziativa, con l’appoggio di Boccia, che ha apposto anche la sua firma sul ddl. Mercoledì è arrivata la convocazione dell’assemblea per discutere il testo. I riformisti, però, hanno lamentato di non essere stati avvisati di nulla, soprattutto della presenza di un nuovo testo. I vertici del gruppo, è l’accusa, li avrebbero messi davanti al fatto compiuto e lo avrebbero fatto solo per «non perdere la faccia» con gli altri partiti, ognuno dei quali (esclusa Avs che non lo farà e il M5s che ci sta ancora pensando) ha già depositato una sua proposta. La riunione, però, non ha dato i frutti sperati: Filippo Sensi, Simona Malpezzi, lo stesso del Delrio, Walter Verini e Sandra Zampa, non hanno apposto la loro firma.
Parte del problema riguarda la definizione di antisemitismo. Il testo Delrio chiede di adottare quella dell’International holocaust remembrance alliance (Ihra), che però, argomenta Giorgis, pur essendo usata in alcuni documenti dell’Ue e accettata dall’Unione delle comunità ebraiche italiane, «è contestata da diversi intellettuali esponenti della stessa cultura ebraica», mentre altri documenti Ue fanno riferimento a quella formulata nella Dichiarazione di Gerusalemme». Il punto, per Giorgis, è che non spetta al Pd risolvere la questione su quale delle due sia la più efficace. Del resto la disputa va avanti da anni e coinvolge studiosi, intellettuali e storici. «Compito nostro – chiarisce il dem – è fare tesoro di questo patrimonio di riflessione e se possibile provare a immaginare un disposto legislativo che lo traduca in azioni di contrasto e di prevenzione al diffondersi dell'antisemitismo».
Il testo di Giorgis, dunque, non sceglie tra le due definizioni oggetto del contendere, ma all’articolo 2 ne fornisce una “nuova”, facendo riferimento alla Raccomandazione del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa agli Stati membri sulla lotta contro i discorsi d’odio. Poi (nel comma 2 dello stesso articolo), ne amplia il perimetro includendo «tra gli atti e le espressioni di odio e di discriminazione anche quelli rivolti non ai singoli individui, ma alle comunità o ai gruppi in quanto tali, in ragione delle loro caratteristiche identitarie religiose, etniche, nazionali o culturali». Nel frattempo il testo Delrio, come specifica lui stesso, «non scompare, ma diventa una proposta emendativa al testo base sull'antisemitismo», che probabilmente sarà quello costruito sulle due proposte “gemelle” di Lega e Iv. Il senatore parteciperà anche al convegno organizzato dalla Fondazione Italia protagonista su iniziativa del senatore Maurizio Gasparri, il 26 gennaio a Palazzo Madama.

Delrio (Pd): «Il mio ddl equilibrato. Le critiche sono completamente infondate»

Graziano Delrio
Graziano Delrio
Autore di una sua proposta sull’antisemitismo, oggetto di forti discussioni interne al Pd, Graziano Delrio è tra i senatori dem che non hanno firmato il testo di Giorgis depositato ieri in commissione.
Senatore, perché non lo ha sottoscritto?
Perché secondo me risponde ad alcune esigenze ma non a quella che avevo sollevato presentando la mia proposta e cioè quella di dare un segnale con una legge. Se si parlasse di discriminazione in generale, il ddl Giorgis sarebbe sicuramente adatto. Ma qui si tratta di rispondere a un fenomeno specifico, perché all’interno delle discriminazioni razziali l’antisemitismo ha una sua specificità. Esattamente come il ddl Zan, che appunto ha una sua specificità nel porre un freno all’omotransfobia. Allo stesso modo l’antisemitismo merita una legge a parte. In certi momenti storici è necessario dare segnali su argomenti specifici. È legittimo che si provi a comprendere tutto ma è un’impostazione che non coincide con la mia.
Come descriverebbe il momento attuale per l’antisemitismo?
Il fenomeno sta assumendo proporzioni preoccupanti in tutta Europa. Perché il problema parte dagli ebrei, ma non si ferma agli ebrei. Quando c’è una discriminazione per religione o cultura e una persona non può esporre pubblicamente la propria fede è in gioco la qualità della democrazia. Ho incontrato tanti ragazzi che non hanno potuto dire di aver celebrato il Kippur o Hanukkah. Non è un problema loro, è un problema nostro.
Il ddl è accusato di poter limitare il diritto di critica alle politiche di Israele. Che ne pensa?
Il mio ddl applica la definizione dell’Ihra, che è l’unica internazionalmente accettata, frutto di anni di lavoro di esperti mondiali e adottata da 24 paesi Ue, dalla Commissione Europea, dal Parlamento Europeo e dal Governo Conte. Ma nella definizione c’è scritto esplicitamente che criticare il governo di Israele non è antisemitismo. Peraltro io non chiedo di farla diventare legge ma di applicarla a casi specifici, come le ideologie in rete, a differenza di altri progetti che vorrebbero trasformarla in legge.
Critica infondata, quindi?
Totalmente. Il ddl Giorgis propone una nuova definizione ma a me sembra che si debba usarne una che ha consenso internazionale.
Ma non crede che questo ritorno dell’antisemitismo sia collegato con la politica di Netanyahu?
Certamente le politiche di estrema destra di alcuni ministri di Netanyahu e la tragedia inaccettabile di Gaza non attirano simpatia verso Israele. Ma qui parliamo di un fenomeno che il mondo cattolico conosce bene. Come diceva il Cardinal Martini, non è un fenomeno collegato solo alle contingenze storiche, ma ha radici culturali profonde risalenti a secoli fa. Il mondo cattolico ha avuto responsabilità storiche, dimenticando la parola di San Paolo: l’ebraismo è la nostra radice e noi siamo i rami. Chi colpisce la radice mette a rischio tutto l’albero. Dopo il 7 ottobre ci saremmo aspettati solidarietà, invece i sondaggi mostrano un sentimento antisemita rafforzato. Stiamo parlando di uno dei fenomeni del male della storia più paradigmatici.
Come risponde a chi l’accusa di aver fatto questa scelta in ragione di un posizionamento interno?
È una stupidaggine clamorosa. Ho annunciato la proposta mesi fa, prima che ci fosse l’area riformista. Bisogna sottrarre l’argomento ai giochini politici. Non mi interessano le correnti del Pd né le differenze tra partiti e su questo tema auspico un’amplissima convergenza bipartisan. Serve un dialogo sereno per dare un segnale a chi soffre per queste discriminazioni.

Malan (FdI): «Servono una strategia e un coordinatore nazionale»

Lucio Malan
Lucio Malan
«Dopo l’immane tragedia della Shoah, che ha coinvolto tante nazioni, Italia compresa, moltissimi pensavano che l’antisemitismo non avrebbe più avuto posto nelle nostre società. Ma non è stato così...». Parte da qui Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, per illustrare le motivazioni che lo hanno convinto, con altri colleghi di partito, a presentare uno dei testi ora all’esame della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama. Nel Novecento, dopo la scoperta dei lager, ragiona ancora il capogruppo di Fdi, «i mostruosi effetti delle discriminazioni del popolo ebraico furono così evidenti che ci si illuse che nessuno avrebbe più usato certi argomenti. In questi anni, però, ci siamo resi conto che l’antisemitismo resiste, è da combattere ancora perché ha radici molto profonde».
Il ddl di FdI in cosa si differenzia da quelli degli altri partiti?
Non lo comparo agli altri. Dico solo che propone di istituire presso la presidenza del Consiglio un Coordinamento nazionale per la lotta all’antisemitismo, con la figura di un coordinatore, incaricato di predisporre una strategia nazionale su base triennale.
Con quale fine?
Prevenire e contrastare ogni forma di antisemitismo, di odio e discriminazione nei confronti di persone, comunità e istituzioni ebraiche. Ma anche promuovere conoscenza e rispetto della storia e della cultura ebraiche, rafforzare la coesione sociale e assicurare adeguate misure di sicurezza alle comunità ebraiche e ai loro luoghi di aggregazione.
Nell’articolo 1 del vostro testo si rimarca come l’antisemitismo sia incostituzionale.
Senza dubbio, è incompatibile con la Costituzione - ad esempio col principio di uguaglianza dell’articolo 3 -, con i valori fondanti della Repubblica e con la nostra miglior cultura.
Le rimproverano di non aver citato, nella relazione che accompagna il ddl, le leggi razziali fasciste del 1938. Una dimenticanza?
Polemiche infondate. Trovo singolare che si sia notato l’assenza di quel riferimento solo nella relazione del nostro ddl, visto che manca anche in tutti gli altri. Ho scritto quella relazione in fretta per depositare in tempo utile il testo, citando solo alcune fra le tante persecuzioni inflitte nei secoli agli ebrei: da quelle dell’Impero romano, alla “cacciata” dalla Spagna nel 1492 fino a quella nazista nella Germania di Hitler. Ma non abbiamo mai mancato di ricordare quella pagina infame della storia d’Italia: io l’ho fatto molte volte in Senato e fuori dal Senato, così come altri esponenti di Fratelli d’Italia. Sono polemiche strumentali, ripeto, spesso sollevate da chi invece pare non far caso ad altre affermazioni... Mi vengono in mente quelle dell’esponente dem Antonio Decaro, unitosi allo slogan «Palestina libera dal fiume fino al mare», che presupporrebbe - se venisse attuato - la cancellazione di milioni di cittadini di Israele. O la frase del presidente di M5s Giuseppe Conte, secondo cui gli italiani ebrei dovrebbero dissociarsi da Israele per non essere complici di genocidio.
Lei accennava alla «fretta» di depositare la vostra proposta. Ora i ddl sono almeno sette. La Commissione riuscirà a fare sintesi e a scrivere un testo base entro la Giornata della Memoria, martedì?
L’obiettivo è quello. E ritengo che ci si possa riuscire. Certo, per stilare un nuovo testo di sintesi, si dovrebbe formare un comitato ristretto e trovare una mediazione fra le forze politiche. E servirebbe più tempo. Altrimenti, si potrebbe partire da uno dei ddl e poi aprire agli emendamenti.
Quale ddl? Uno di maggioranza, forse il vostro?
Potrebbe essere, ma non è indispensabile. Non c’è nulla di precostituito. Basta che si sia tutti d’accordo sul contrasto all’antisemitismo, ma anche sul fatto che non debba essere usato come paletto per limitare la libertà di espressione.

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