venerdì 15 giugno 2018

Egregio direttore,
di ritorno dagli Stati Uniti e dalla Slovacchia, ho appreso con vivo stupore e profondo rammarico della rubrica di Gianni Gennari, del 10 aprile scorso dal titolo «Accuse “arcigne e ciarliere” da ciechi e guide di ciechi», che mi vede protagonista. Nella specie, il giornalista, che avrebbe attinto la notizia de relato da “Il Fatto quotidiano”, e che non si sarebbe informato, quindi, in prima persona dei fatti e dei testi richiamati, evocava il convegno, svoltosi a Roma lo scorso 7 aprile al quale partecipavo come relatore, affermando che il sottoscritto avrebbe parlato «della Chiesa di oggi come se stesse attraversando il tempo dell’Anticristo, riferendosi a esso con citazione del par. 675 del Catechismo della Chiesa cattolica, lasciando il sospetto che quella “prova finale” sia in qualche modo già anche oggi vissuta all’interno della Chiesa, anche se per fortuna alla fine vincerà il “Giudizio di Dio”». Ciò che mi amareggia principalmente e che si sia espresso un giudizio sulla mia relazione al convegno, “Chiesa cattolica, dove vai?”, svoltosi a Roma lo scorso 7 aprile, senza averne per nulla letto – verosimilmente – il testo nel quale mi soffermavo sul tema della plenitudo potestatis del Romano Pontefice al servizio dell’unità della Chiesa, con una riaffermazione della dottrina canonistica sul potere del Papa e sui limiti di questo potere. Nel mio intervento dell’Anticristo non facevo alcun cenno, nemmeno implicito, anche perché estraneo all’oggetto del mio discorso in quella sede. Del pari assenti riferimenti espliciti o impliciti al contenuto del par. 675 del Catechismo della Chiesa cattolica. Sono a chiederle di voler rettificare, a mezzo di pubblica correzione, l’articolo anzidetto e, al contempo, di far emergere le vostre pubbliche scuse, riferendo il reale oggetto e tenore delle mie riflessioni ben diverse da quelle false attribuitemi dal suo quotidiano. A tale ferma e decisa presa di posizione, auspico sia data massima chiarezza e disponibilità, al fine che possa esser indubbio che il quotidiano di ispirazione cattolica da lei diretto, non approvi, sia pur implicitamente – Dio non voglia! – questi attacchi alla mia persona e, attraverso me, alla Chiesa cattolica.

Raymond Leo Burke cardinale

Mi scuso, eminenza, di aver dovuto pubblicare un po’ ridotta la sua lettera. Ma lei pretende pubblica ragione, e io non posso negargliela anche se credo che questa richiesta nasca da un qui pro quo. Il richiamo di Gianni Gennari a sue dichiarazioni «apocalittiche» con tanto di citazione del par. 675 del Catechismo, relativo alla «massima impostura religiosa», quella dell’Anticristo, non è de relato, ma assolutamente verificato, basato sulla lettura di parole sue o a lei attribuite e da lei non smentite. Gennari – nella rubrica che tiene da molti anni con piglio di giornalista e finezza di teologo – non ha mai scritto che lei ne abbia parlato nel convegno del 7 aprile, del quale questo giornale ha dato correttamente conto, ma «in contemporanea» . Infatti, in contemporanea al convegno del 7 aprile – per l’esattezza il 5 aprile, “lanciando” proprio quell’appuntamento a Roma – lei ha rilasciato un’intervista a un sito online italiano. Un’intervista che detrattori del Papa e dei cammini ecclesiali avviati dal Concilio Vaticano II hanno non solo applaudito, ma prontamente ripreso ed enfatizzato in diverse parti del mondo. È questa catena anti-conciliare e anti-papale che Gennari, parlando di «ciechi e guide di ciechi», definisce «rete tradizionalista “arcigna e ciarliera”». Ed è in quell’intervista che lei parla in termini apocalittici della vita della Chiesa, cita la «prova finale», evoca l’«apostasia della verità» e spiega anche la via migliore alla «correzione» del «Romano Pontefice». Forse dovrebbe indirizzare la sua richiesta di «pubblica correzione» non a noi che abbiamo riferito e commentato la sua intervista, ma a chi le ha messo in bocca affermazioni e intenzioni che lei disconosce, se le disconosce. C’è però dell’altro, me ne rendo conto. In chiusura di questa lettera, eminenza, lei sostiene che un’amara riflessione critica su ciò che lei stesso ha dichiarato – o che le è stato attribuito e che lei sinora non ha smentito – e che viene purtroppo utilizzato da detrattori del Papa e della Chiesa è una critica inaccettabile perché è da considerarsi un attacco alla sua persona e alla sua porpora e, dunque, per proprietà transitiva, un attacco alla Chiesa cattolica. Se questo è il metro che lei, da esperto canonista, dichiara giusto le chiedo scusa nella mia responsabilità di direttore, perché amo troppo la Chiesa per offenderla. Usando il suo stesso metro, però, mi chiedo a mia volta pubblicamente come si potrebbero allora definire certe critiche asfissianti e senza fondamento, certi enfatizzati “dubbi” che su media vecchi e nuovi vengono agitati senza carità e senza verità, certi attacchi persino volgari che – anche usando le parole di quella sua intervista a tutt’oggi non smentita – vengono portati contro Francesco, che della Chiesa è il Papa. Chi si scuserà per aver alimentato, anche attraverso una «rete “arcigna e ciarliera”» distesa attraverso internet, confusione e divisione nella Chiesa e contro il Successore di Pietro? Chi riparerà, e come?

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