Accoglienza e ricollocamento nella Ue
giovedì 10 gennaio 2019

Alle 16,30 di ieri si è finalmente conclusa l’odissea umanitaria nel Mediterraneo dei 49 profughi bloccati davanti a Malta sulle navi di due Ong, "Sea Watch" e "Sea Eye", che li avevano salvati al largo della Libia. Dopo 19 giorni sono sbarcati nella piccola isola dopo che alcuni Stati dell’Ue hanno posto fine con un accordo di ripartizione a uno stallo vergognoso. Andranno in Italia, Germania, Francia, Portogallo, Irlanda, Romania, Lussemburgo e Olanda. Una splendida notizia, certo. Possiamo gioirne e dire che almeno l’appello del Papa al termine dell’Angelus dell’Epifania è stato ascoltato, che preghiere e interventi di vescovi, religiosi e di tante persone di buona volontà hanno raggiunto lo scopo.

Resta, però, l’amarezza di fondo per lo spettacolo a cui abbiamo dovuto assistere. Aldilà delle fibrillazioni che la scelta di accogliere un piccolo numero di richiedenti asilo ha aperto nel governo italiano, il caso si poteva risolvere in 24 ore. Comunque la si pensi, qualunque sia la strategia che si ritiene più opportuna per affrontare il tema delle migrazioni, infatti, non è possibile tenere in ostaggio la vita di decine di disperati, tra cui donne e bambini, per diversi giorni. Non è possibile per la dignità delle persone e della stessa Europa, paralizzata dalla strumentalizzazione su 50 poveracci, messa in crisi ogni volta che si presenta un problema umanitario che richiede una compartecipazione.

Le responsabilità dell’accaduto vanno condivise: se il governo di Roma ha alzato i muri per primo in compagnia di Malta, nelle cui acque territoriali si trovavano le navi, gli altri 25 hanno girato la testa e l’Unione Europea è così sparita dai radar per settimane, immersa in apnea insieme ai valori di umanità e libertà di cui dovrebbe essere portatrice, ripiegata su se stessa a quattro mesi da una tornata elettorale incerta con sovranisti e populisti all’attacco.

È la riprova che il Consiglio europeo dello scorso giugno dedicato all’immigrazione non ha risolto nulla, e che quindi l’eterna questione dell’accoglienza dei profughi – che risale all’approvazione del regolamento di Dublino, testo immodificabile grazie anche alle ambiguità del nostro governo e che impone ai richiedenti asilo di restare nel Paese di primo sbarco – continua a scuotere le fragili fondamenta politiche dell’Unione.

E se otto Paesi hanno battuto ieri, dopo 19 giorni un simbolico colpetto, se il nostro premier Conte ha dimostrato infine una certa dose di coraggio e di autonomia nel rendere possibile l’accoglienza, se ancora si intravvede la buona volontà della Romania, presidente di turno, continua invece purtroppo a brillare l’assenza tra gli "accoglienti" dei Paesi del gruppo di Visegrad, ben rappresentati dal leader ungherese Orbán. Europei quando si tratta di incassare i sussidi di Bruxelles, nazionalisti estremi e impuniti quando si tratta di dare solidarietà agli altri partner, inclusa l’Italia, che pure – stando alle dichiarazioni di questa maggioranza di governo – guarda loro con interesse e simpatia. La cifra della divisione è lì.

Questi primi mesi del 2019 saranno cruciali. Le elezioni europee di maggio e la conferenza sulla Libia tra le parti in conflitto, prevista nelle prossime settimane dal piano Onu e presentata al summit di Palermo a novembre, potrebbero cambiare gli scenari. Nel frattempo, nei centri di detenzione libici ufficiali e in quelli in mano alle milizie, nel silenzio mediatico, continuano a marcire senza colpa migliaia di subsahariani detenuti in condizioni inumane. Chi può paga i trafficanti, che nessuno nonostante i proclami ha mai colpito, per fuggire.

Gli sbarchi stanno continuando anche in Italia, pur al ritmo della sabbia nella clessidra, come abbiamo scritto in questi giorni, e altri casi come quello della Sea Eye prevedibilmente si ripeteranno. Per evitare giochi di potere, cinismo, ipocrisie e strumentalizzazioni sulla pelle della povera gente occorre allora un accordo di solidarietà tra i governi Ue, a cominciare dai fondatori e dai 'volenterosi' di ieri. Magari di pari passo con l’apertura di nuovi corridoi umanitari in altri Paesi (l’Italia proseguirà nel 2019) per far arrivare in sicurezza e legalità i profughi vulnerabili. Un accordo di corresponsabilità per ripartire proprio dal punto debole, iniziando a superare insieme la crisi dei migranti. Da ieri si può fare, serve un sussulto dell’Unione per evitare una disgregazione che fa solo il gioco dei nemici dell’Europa.

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