giovedì 12 ottobre 2017

Occorre estrema prudenza nel valutare la legge elettorale che dovrebbe uscire in questi giorni dalla Camera dei deputati (anche grazie a tre voti di fiducia, discutibili dal punto di vista dell’opportunità politica, ma non certo della legittimità costituzionale) e che potrebbe ottenere luce verde anche dal Senato in tempi non lunghissimi, grazie al sostegno di una maggioranza abbastanza ampia. Il direttore di questo giornale ha già detto la sua, confermando un giudizio che articola da tempo sulla via per riavvicinare elettori ed eletti qui si offrirà un’analisi tecnica e per quanto possibile 'fredda'. Prudenza dunque, e per ragioni molteplici: in primo luogo, come è stato ricordato su queste pagine, non esiste una legge elettorale perfetta, e quella ora in votazione è manifestamente migliorabile. Il diavolo, su questo tema, si nasconde di solito nei dettagli; e occorrerà vedere la legge – se passerà – alla prova dell’esperienza, che è sempre assai dura per le leggi elettorali.

Sin dall’inizio si può lamentare una mancanza e lodare un risultato che caratterizzerebbero la nuova legge. La mancanza riguarda la strategia: non sembra, infatti, che questa legge nasca come risultato di un progetto di lungo respiro; essa, piuttosto, vede la luce per ragioni tattiche, più o meno pregevoli (evitare l’eccessiva frammentazione prodotta da un sistema proporzionale quasi puro; favorire le coalizioni, penalizzando le forze politiche incapaci di coalizzarsi; provare a ricostruire il rapporto eletto-elettore almeno attraverso i collegi uninominali e circoscrizioni proporzionali di ridotte dimensioni).

Ma molti degli obiettivi ora indicati sono perseguibili solo nel medio periodo, stabilizzando la legislazione elettorale, in modo che essa produca costumi politici corrispondenti. Invece nessuno, neppure fra i più convinti sostenitori di questa legge, giura sulla possibilità che essa regga oltre le elezioni del 2018.

In altre parole: quello che dovrebbe vedere la luce nei prossimi giorni non sembra affatto essere l’ultimo capitolo dell’interminabile telenovela italiana sulla legge elettorale, in corso dagli anni Ottanta del secolo scorso. Certo, vi sarebbe almeno un risultato positivo. Dato che il sistema parlamentare italiano continua a essere l’unico al mondo in cui un governo può formarsi solo con la maggioranza in entrambe le Camere, avere sistemi elettorali omogenei nelle due assemblee rappresentative nazionali è un’esigenza di buon senso, prima che di igiene costituzionale: e la nuova legge andrebbe in questa direzione, prevedendo sistemi identici per Camera e Senato, in luogo dei due sistemi diversi con cui si andrebbe a votare se essa non fosse approvata (entrambi prodotto di due sentenze che come noto, chi scrive non considera molto lungimiranti della Corte costituzionale).

Del resto dovrebbe essere apprezzato anche il segnale di vita che le Camere darebbero approvando una nuova legge elettorale, evitando così di andare al voto con regole disegnate da un organo di garanzia. Nel merito del sistema proposto, è evidente che si tratta di un sistema misto, prodotto della combinazione di una quota maggioritaria, attribuita mediante collegi uninominali a turno unico (232 seggi alla Camera e 116 al Senato, pari in entrambi i casi a circa il 36 per cento del totale di deputati e Senatori), con una quota proporzionale (386 seggi alla Camera e 193 al Senato) attribuiti con riparto proporzionale fra liste di partito, presentate in collegi plurinominali di piccole dimensioni.

L’elettore potrà esprimere un unico voto, che varrà per il candidato nel collegio e per la lista o le liste plurinominale/i ad esso collegata/e. Il riparto proporzionale di oltre il 60 per cento dei seggi, in un assetto tripolare stratificato come quello attuale, non garantisce un vincitore la sera delle elezioni. Ma il terzo di seggi attribuiti con il metodo inglese first-past-the-post, in cui il vincitore prende tutto (nel singolo collegio) inserisce in questo assetto un possibile correttivo in senso maggioritario che potrebbe almeno contenere gli eccessi di frammentazione. La legge ha una virtù e un vizio. La virtù principale è il ritorno ai collegi uninominali, inopinatamente abbandonati dalla riforma Calderoli del 2005, nei quali con il tempo si potrebbe ricostituire un rapporto di fiducia fra elettori ed eletti, anche in questi difficili tempi di controdemocrazia. Certo, i collegi sono ancora troppo grandi (circa 250.000 abitanti in media alla Camera, il doppio al Senato) e troppo pochi (con essi si elegge poco più di un terzo dei parlamentari), ma è meglio di quanto avremmo votando con Italicum e Porcellum monchi, riscritti dalla Corte costituzionale.

Il vizio è la possibilità di collegare ai candidati nei collegi non solo singole liste di partito, ma una pluralità di liste, con il rischio di tornare alle coalizioni insincere ben note alla storia dell’ultimo ventennio. Nel complesso, dunque, sarà difficile provare entusiasmo per la nuova legge chiamata Rosatellum. Ma forse, con tutti i suoi limiti, se essa verrà infine approvata, sarà nel complesso un piccolo passo in avanti.

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