giovedì 14 novembre 2013
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L’altro giorno ho visto il film La gabbia dorata del regista spagnolo-messicano Diego Quemada-Diez, recentemente premiato a Cannes e trionfatore a Giffoni. È la storia di quattro adolescenti che, partiti dal Guatemala, attraversano il Messico cercando di raggiungere gli Stati Uniti. Soltanto uno riesce nell’impresa. Uno su quattro. E questo ci fa riflettere sulle tante tragedie simili a quella di Lampedusa che accadono in molte parti del mondo. È un film bello, intenso, tragico. Non vorrei soffermarmi su di esso – del resto i lettori di Avvenire hanno già avuto modo di leggerne su queste pagine –, ma mi pare utile partire da quelle immagini per riflettere ancora sull’immigrazione. Perché l’età dei protagonisti restituisce una verità che spesso si dimentica: al di là dei cliché, al di là delle forzature a fini elettoralistici, l’immigrazione ha il volto giovane di Juan, Sara, Samuel e dell’indio Chauk, ha la forza di una speranza che sfida la realtà, che sogna di non essere derubata. L’immigrazione ha il volto giovane di questi ragazzi guatemaltechi. Tanto simili a quelli dei ragazzi che attraversano il Mediterraneo per sfuggire alla violenza e alla mancanza di prospettive dell’Asia e dell’Africa. Si legge nel francese acerbo, da adolescenti, della lettera ritrovata sul cadavere di un giovane guineano: «Se vedete che ci sacrifichiamo e rischiamo la vita è perché soffriamo troppo in Africa, e abbiamo bisogno di voi per lottare contro la povertà».Chi cerca di penetrare la "gabbia dorata" del Nord del mondo, dell’America, dell’Europa «si sacrifica», «rischia la vita». Il Mediterraneo che fa da sfondo al dramma di tanti rifugiati è un mare che ha inghiottito migliaia di vite umane. Il muro che separa Messico e Stati Uniti è una barriera sulla quale giornalmente s’infrangono i sogni di uomini, donne, bambini. Vite paragonate, nel film citato, alla «canna da zucchero, che tagli e non prova dolore». Ma ci si sacrifica e si rischia la vita per un sogno, per una speranza. Nel caso dell’America Latina è il sogno di sfuggire alla violenza delle maras, la speranza di una società non così atrocemente divisa tra ricchi e poveri. Ecco, quel che preme alle frontiere del Nord o alle nostre coste, quel che si muove alla base della muraglia americana è un’onda di speranza, è il rifiuto della rassegnazione e della disperazione, è la scommessa aperta e fiduciosa sul futuro.Un’onda di speranza che non vediamo, avvitati in un discorso vittimista e autoreferenziale sulla crisi o ripiegati sulle nostre cronache e sul nostro disagio. Quanto potremmo imparare da questa rivolta della speranza. Da un’umanità giovane, confusa senz’altro, magari sbagliata, ma anche fiduciosa e ottimista. Da un’umanità che, per citare il sociologo Bauman e papa Francesco, non vuol essere un insieme di vite di scarto e non vuole che le sia rubata la speranza. Per tanti migranti i nostri Paesi sembrano illuminati. Qualcuno li vede addirittura dorati. È vero, sono giovani, non sanno, vivono lontano. Noi, qui, conosciamo bene i limiti e le contraddizioni dell’Occidente. Sappiamo quanto bronzo si mescola al poco oro della nostra società. Ma, anche noi, non lasciamoci rubare la speranza. Papa Francesco ha detto con forza evangelica: «A tutti dico: non lasciatevi rubare la speranza! Forse la speranza è come le braci sotto la cenere; aiutiamoci con la solidarietà, soffiando sulle ceneri, perché il fuoco venga un’altra volta. La speranza non è di uno, la speranza la "facciamo" tutti! La speranza dobbiamo sostenerla fra tutti, tutti voi e tutti noi che siamo lontani. La speranza è una cosa vostra e nostra. È cosa di tutti!». Ecco – pensavo guardando il film – non rinchiudiamoci in una gabbia dorata. Non scartiamo nessuna vita. Non permettiamo che nessuna speranza venga rubata. Proviamo a stare dalla parte della speranza e di chi la coltiva. Proviamo a scommettere sulla solidarietà, sulla salvezza di tutti e sul futuro di tutti, nessuno escluso.
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