mercoledì 22 novembre 2017

C’è una sola cosa giusta da fare, quando in una notte di metà novembre un uomo bussa alla porta e chiede un riparo. Aprire. Lo insegna il Vangelo, lo esige la nostra umanità. Sbaglia chi ieri ha parlato di “cedimento” della Chiesa di Padova di fronte alle pressanti richieste di un ennesimo gruppo di migranti «in fuga» dalla grande e indegna tendopoli di Conetta, nel Veneziano. Non è stato un cedimento, ma al contrario una scelta forte, quasi provocatoria, quella del vescovo Claudio Cipolla, così come era accaduto nei giorni scorsi da parte del patriarca di Venezia Francesco Moraglia e in situazione analoga del vescovo di Torino Cesare Nosiglia.

Perché al gesto inevitabilmente, profondamente, semplicemente evangelico di aprire in una notte fredda non i portoni del Duomo di Piove di Sacco – come era stato richiesto da alcuni sconsiderati «mediatori» dei sindacati di base Usb, ai quali più che la sorte dei poveri ragazzi del Conetta sembrano interessare gesti clamorosi e scontro politico – bensì di una sala parrocchiale, ha accompagnato parole ferme, di rifiuto del gioco del “tanto peggio tanto meglio”. All’uomo di Chiesa stanno a cuore gli uomini, ed è per lui insopportabile che i loro bisogni fondamentali e le loro legittime richieste vengano strumentalizzati per ricattare moralmente le istituzioni, tutte le istituzioni.

Non ci può essere accoglienza – se non appunto quella temporanea, «per ragioni umanitarie», un riparo per la notte, un pasto – di fronte a un’azione premeditata, quasi da occupazione, in definitiva controproducente, dopo che già nei giorni precedenti altri gruppi erano «fuggiti» dal centro di accoglienza ed erano stati ospitati dalle parrocchie delle diocesi di Venezia e di Padova. Una scelta dolorosa e coraggiosa insieme, quella di negare in questo ultimo caso l’accoglienza nelle canoniche, offrendo comunque un riparo perché nessuno dormisse all’addiaccio; una scelta che ha avuto il merito di aver innescato un ampio dibattito, anche all’interno delle istituzioni locali, su chi – e sono più d’uno – porta davvero la responsabilità nella scandalosa ed emblematica vicenda dell’hub di Conetta. Chi si erge a unico difensore degli oppressi, li spinge a uscire dalla struttura in cui sono ospitati, seppur in condizioni precarie, li incoraggia a forzare la mano e porsi al di fuori delle regole, pur sapendo che così rischiano di perdere anche quel poco che hanno, un tetto e un pasto. Chi gestisce in malo modo una struttura enorme, che doveva essere temporanea e invece è ancora lì, e nel frattempo è raggiunto da tre inchieste delle procure di Padova e Treviso per falso, truffa e maltrattamenti.

Dalle vicende venete giunge anche un ennesimo richiamo a prendere atto del fallimento di un modello di accoglienza: nell’ex base militare 1.400 persone – il 50% dei richiedenti asilo di tutto il Veneto – sono ammassate da mesi, molti da oltre un anno, in grandi tensostrutture da cento letti, mal riscaldate, sono nutrite in modo inadeguato e tenute forzatamente nell’ozio in una terra di nessuno in mezzo alla campagna. La Chiesa da anni ormai chiede soluzioni più dignitose, collabora proficuamente con le istituzioni per un modello di micro-accoglienza, offre le sue risorse e si mette in gioco in prima persona, con 25mila posti resi disponibili in tutta Italia nel 2016.

E dunque il richiamo indiretto, nella tormentata vicenda di questi giorni, che ha visto un giovane ivoriano morire investito durante la cosiddetta “Marcia della dignità” dei richiedenti asilo verso Venezia, è anche a una politica nazionale che nonostante gli sforzi non riesce a superare le chiusure di tanti, troppi sindaci. I 1.400 di Cona devono essere redistribuiti sul territorio, ma nel Veneto ancora numerosi sindaci alzano le barricate, sfidano i prefetti, nutrendo gli egoismi di coloro che considerano “nemici” i nuovi arrivati. Una partita complessa, che la Chiesa non può e non vuole giocare da sola. Unicuique suum. A ciascuno il suo.

© Riproduzione riservata