Tragedia di S.Lorenzo: la vera sfida
venerdì 26 ottobre 2018

In una tragedia come quella di Desirée Mariottini, stuprata e uccisa da un gruppo di uomini simili a belve in uno stabile abbandonato di San Lorenzo, nella capitale italiana, sono almeno tre le sconfitte da registrare, ognuna delle quali apre una sanguinosa ferita sociale: la crisi familiare che sta all’origine dell’inquietudine di questa ragazza con un padre di cui non portava il cognome e una madre di soli quindici anni più grande di lei; il fallimento delle agenzie educative che avrebbero dovuto proteggere l’adolescente evitando che da Cisterna di Latina prendesse l’autobus e se ne andasse a Roma di sera a cercare la droga; la disgregazione del tessuto istituzionale del nostro Paese, incapace di governare certi spazi urbani lasciandoli al degrado e al disordine, ricettacolo di violenze, brutalità e malaffare.

Ma dietro queste cause immediate, legate a disfunzioni anche amministrative, ce n’è un’altra più profonda che chiama in causa noi stessi: la progressiva scomparsa di adulti credibili coi quali i ragazzi dovrebbero misurarsi; la mancanza di gerarchie di valori in grado di orientare il cammino dei più giovani; la deflagrazione del desiderio che sembra non avere nessun ostacolo; una malintesa concezione della libertà quale superamento di ogni limite; l’idea errata che la conoscenza del mondo non debba passare attraverso l’elaborazione di un’esperienza autentica della realtà; la fungibilità delle relazioni sociali, troppo spesso legate a criteri di mera convenienza economica; la fine della vera sapienza e il trionfo della semplice (e spesso parziale) informazione; lo sfacelo del linguaggio politico che passa senza soluzione di continuità dalla bieca speculazione elettorale al vaniloquio gergale privo di riscontri effettivi.

Via dei Lucani, nel palazzo risultato fatale a Desirée, è a pochi passi dall’istituto Pio X dove, durante la Prima guerra mondiale, si trovava Ignazio Silone, rimasto orfano dopo il terribile terremoto del 1915. A quel tempo il grande scrittore abruzzese aveva sedici anni, l’età della povera vittima. Durante l’ora di ricreazione scappò dal collegio religioso, nei cui pressi è adesso attivo un centro di spaccio a cielo aperto, vagando nelle strade attorno alla Stazione Termini senza sapere cosa fare.

In quel momento Silone era soltanto un fanciullo abbandonato, senza arte né parte. Dopo tre giorni venne ripreso dai carabinieri e trasferito in un altro collegio a Sanremo. Durante il viaggio in treno verso la Liguria, come in seguito rievocò in uno dei brani narrativi più intensi di Uscita di sicurezza (1965), conobbe don Luigi Orione, che aveva visto fra le macerie del terremoto chiedere al Re una macchina per mettere al sicuro i bambini rimasti senza famiglia. Fu un incontro folgorante che gli cambiò la vita.

Già diverso tempo fa, perlustrando i luoghi di Ignazio Silone, restai colpito dalla simmetria fra la sua drammatica giovinezza e quella di tanti ragazzi che oggi, sotto gli occhi di tutti, comprano la loro dose di artificiale felicità chimica nei pressi dell’edificio da cui lui fuggì. Sbaglieremmo se li considerassimo tarati e lontani da noi. Sarebbe un errore grave, simile a quello di chi volesse oscurare o alleggerire le colpe dei carnefici di Desirée, i quali andranno assicurati alla giustizia.

Fra i giovani sbandati e i bravi ragazzi, così come fra i mostri e le persone ordinarie, qualsiasi sia il colore della loro pelle, la differenza è sempre piuttosto sottile: basterebbe un niente per passare da una schiera all’altra e sprofondare nell’abisso. Anche coloro che sembrano stare al sicuro, con i genitori a posto e le frequentazioni giuste, rischiano tantissimo.

Non dobbiamo perdere la fiducia. Per fortuna esistono ancora famiglie che tengono duro. E anche i don Orione continuano a operare e spesso ottengono grandi vittorie senza titoli sui giornali. Fare l’educatore oggi è più difficile che in passato. Ti sembra di essere da solo a remare controcorrente. Ma è questa la ragione per cui non devi mollare.

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