martedì 16 luglio 2019
Un grande esperto non crede alla 'mafia degli affidi' a Reggio Emilia, ma non assolve né minimizza
Modelli clinici troppo autoreferenziali relegano in secondo piano le relazioni familiari. E occorre dare uno stop alla esternalizzazione dei servizi

Modelli clinici troppo autoreferenziali relegano in secondo piano le relazioni familiari. E occorre dare uno stop alla esternalizzazione dei servizi

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Caro direttore, è incredibile. Possibile che ci sia – come sostiene la Procura di Reggio Emilia – un’associazione a delinquere, una mafia degli affidi nientemeno, annidata in un consorzio di Comuni della Val d’Enza, nel cuore di una Regione (l’Emilia Romagna) che da sempre tiene la qualità del welfare istituzionale nel proprio Dna? La tesi dell’accusa è chiara. Fin troppo in realtà. I magistrati inquirenti sapranno quello che fanno, ma rispettosamente mi permetto di dubitare. Finché non ci sarà il terzo grado di giudizio, mi rifiuto di credere. Un conto è dire che in quei Servizi siano state commesse gravi e intollerabili leggerezze, e pure qualche scivolata in qualche reato. Altro dire che ivi operasse una malvagia cricca di psicologi e assistenti sociali intenta a progettare scientemente il crimine, per spaccare famiglie felici allo scopo di far soldi. Una tale bestialità mediaticamente proposta si pone fuori dai confini di ciò che è umanamente pensabile. Più logico presumere che qualcuno – in buona fede – stia esagerando. È bene intanto però che i pm indaghino, e poi si vedrà.


È incontestabile piuttosto che la tutela dei bambini sia una funzione tragicamente complicata e controversa, un vespaio che da sempre espone il fianco a indicibili sofferenze, non solo sul fronte delle famiglie ma anche dei servizi stessi. La storia e le ricerche ci dicono che il mestiere di indagare le famiglie per eventualmente allontanare da esse i loro figli si presta a mettere in croce o in tentazione le figure professionali coinvolte. Le sovraespone all’ebbrezza di potere e insieme le prostra di responsabilità, spesso bruciandole. È un dato di fatto vero, non solo in Italia. Dappertutto è così. Tra le funzioni pubbliche non ce n’è una socialmente più necessaria e più nobile, e però insieme più angosciante, per così dire, di quella di cui stiamo parlando.

A fronte di un tale quadro, ben venga l’indagine della Val d’Enza se, accanto alla rabbia dei social e al disagio di tanti seri e coscienziosi addetti ai lavori, provocasse una reazione costruttiva, uno scatto d’orgoglio in tutto il sistema. Troppo comodo scaricare ogni colpa sui singoli individui. Sarebbe arrivato il momento di ragionare a fondo sull’organizzazione dei servizi sociali, sui modelli di formazione di operatori e dirigenti, sui profili logici delle leggi, sui rapporti dei servizi sociali con la magistratura, eccetera. Se pensiamo tuttavia che 'ragionare a fondo' non sia più possibile (di questi tempi), che si tenti almeno di avviare un minimo di autocritica. Non prima di aver chiesto perdono ai tanti operatori e dirigenti lasciati soli sulla linea del fronte, e alle tante famiglie che possono aver patito errori o negligenze dalle loro fragilità. La crisi è di sistema. Per quanti progressi scientifici si siano compiuti nei decenni passati, e per quante innovazioni recenti si stiano affacciando, per quante buone pratiche esistano in giro per la Penisola, nel suo complesso il sistema della tutela minorile italiano si ritrova ancora impastoiato in convincimenti e metodologie antidiluviane, irrigidito da vetuste sclerosi di culture superate dalle evidenze e che spesso inducono ancora i professionisti a elaborare, sempre convinti di far bene, progetti sempre un poco confusi. Su questo piano, possiamo sottolineare due questioni generali che forse c’entrano astrattamente con la vicenda reggiana (e con altre simili che ci sono state, e che ancora ci saranno).
Primo: nei decenni scorsi si è senz’altro esagerato con una certa acribia clinica, che ci ha fatto perdere di vista il senso delle relazioni e ha rischiato di metterci tutti contro tutti. Nei modelli clinici troppo autoreferenziali, sembra che tutelare un bambino debba voler dire colpevolizzare e punire la famiglia in difficoltà, invece che tutelarla anch’essa. Sembra voler dire mettere il sospetto avanti a tutto. Beninteso, accorgersi di cose gravi che non sono accettabili è il fine dei sistemi di protezione e dunque un certo sospetto preventivo è necessario, ma esso, nell’animo degli operatori sociosanitari, dovrebbe sempre sostare sullo sfondo. I servizi sociali ci sono per far valere il senso umano nelle vicende esistenziali, e questo sempre, così da oliare la fredda logica amministrativa dei tribunali o delle burocrazie assistenziali.

L’alta scommessa dei servizi sociali dovrebbe essere quella di coinvolgere nei progetti di protezione i genitori, cosicché a 'sospettare' sulle magagne della famiglia, e a impegnarsi a cambiarle per il meglio, siano tendenzialmente gli stessi familiari, aiutati benevolmente dagli operatori sociali. Se non ci si riesce, se nonostante gli sforzi i comportamenti rischiosi permangono incontrollati dall’interno, allora un temporaneo allontanamento dei figli può essere opportuno o necessario, ma possibilmente concordato e vissuto sempre come un’opportunità di recupero. Tale sarebbe oltretutto lo spirito della legge sull’affido, che viene a volte incredibilmente disatteso. Troppo spesso una preconcetta sfiducia nei confronti delle famiglie porta gli operatori a tenerle a distanza, a pensare che non si debbano immischiare nel progetto: ma il progetto è il loro, è sulle loro vite! Nulla da dire contro la necessità di psicoterapie ben fatte, quando servono; al fondo tuttavia di troppe prassi cliniche convenzionali alberga un inconscio moralismo funzionalista, come se la vita familiare fosse una questione di 'esattezza' di comportamenti e di perfetta salute in tutti i suoi ruotismi. Come se il vivere fosse un meccanismo, un orologio a cucù che batte sempre colpi a tempo. Ma quante famiglie 'normali', diciamocelo, funzionano in questo modo?

Seconda questione: abbiamo senz’altro esagerato in questi anni con le esternalizzazioni dei servizi sociali. Abbiamo consegnato improvvidamente ai mercati e alla concorrenza gli stessi servizi di child protection., di protezione dei minori. Entrare nella sfera privata delle famiglie è una funzione eticamente delicata che dovrebbe essere sempre schermata dal denaro. È un Lea che come tale deve rimanere in mani pubbliche (istituzionali) per principio assoluto. Nessuno dovrebbe essere tentato di arricchirsi dichiarando qualcun altro inadeguato, così come, al contrario, nessuno dovrebbe poter girare lo sguardo dall’altra parte, di fronte a gravi difficoltà o rischi a carico di persone vulnerabili, per abbassare i costi o per non sottrarre tempo ad attività più lucrose.

Coordinatore del Corso di 'Laurea magistrale in Lavoro sociale per le famiglie, i minori e le comunità, Università Cattolica di Milano e co-fondatore Edizioni Centro Studi Erickson


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