mercoledì 8 giugno 2011
COMMENTA E CONDIVIDI
Caro direttore, diversi anni fa, nella sala delle udienze del locale tribunale, affollata di avvocati, stavo attendendo il mio turno per trattare alcune cause civili davanti al giudice. Due colleghi amici mi avvicinano e mi salutano con un «buon giorno eccellenza», ironica allusione alla mia passata e non sempre benevola nomea di rigoroso vicesindaco della mia città. Mi viene spontaneo replicare: solo eccellenza? Perché non eminenza? E continuo: poiché so che frequentate la Messa, al "Pater noster" non vi rivolgete al Padre con il "tu"? La domanda li sorprende un po’, ma non replicano e la cosa finisce lì. In verità la mia non era una scherzosa provocazione; voleva manifestare ai due amici una domanda che mi pongo da tempo: noi cristiani non ci professiamo forse figli di uno stesso Padre e quindi fratelli? Per questo motivo, nella mia ingenuità non ho ancora ben capito l’attribuzione di titoli come "sua Santità" (al Papa), "eminenza" (ai cardinali), "eccellenza" (ai vescovi), "monsignore" (a vescovi, abati, canonici di cattedrale, prelati della famiglia pontificia), "don" (a tutti gli ecclesiastici secolari). Nei monasteri sia di frati che di suore che frequento almeno una volta all’anno, l’uso del "tu" è immediato, normale, come si fa tra i figli di uno stesso padre. Della questione aveva parlato anche Ferdinando Camon in un editoriale di parecchi mesi fa in cui, prendendo lo spunto dalla notizia che sui mezzi pubblici di trasporto la Cina aveva abolito la parola "compagno" sostituendola con "signore", indicava che il più grande cambiamento avverrà quando tutti gli uomini si chiameranno con la parola più giusta e dolce di "fratelli". L’esempio dei monaci e delle monache e l’auspicio di Camon mi dicono che le mie perplessità sulla distanza interposta da tutti quei titoli sopra elencati non sono forse del tutto infondate. Ed è per questo che ripropongo la domanda fatta a quei due cari amici.

Giovanni Fantino, Cividale del Friuli (Ud)

Il rispetto non è il contrario dell’affetto, e l’affetto filiale o fraterno viene espresso benissimo in forma rispettosa e persino un po’ solenne. Comunque, caro amico, sono felice anch’io di darmi del tu con Dio.
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI