Siria. Aleppo muore, la storia chiederà conto


Andrea Riccardi sabato 30 aprile 2016
​Lo storico Andrea Riccardi rilancia il suo appello per salvare la città-martire della Siria, dopo gli ultimi bombardamenti nonostante la tregua.

LE BOMBE SULL'OSPEDALE Chi era Waseem, l'ultimo pediatra rimasto in città
Aleppo muore, la storia chiederà conto
Più volte, dal 2014, abbiamo lanciato un appello per Aleppo: per salvare la città, costituire attorno ad essa una zona di non combattimento, soccorrere la popolazione. Gli appelli, nonostante il sostegno di tanti uomini e donne di buona volontà, sono caduti nel vuoto tra i combattenti sul terreno e nella comunità internazionale. Si sarebbe potuta creare una “città aperta”, preservando un ambiente unico dal punto di vista storico e umano.Non è successo niente. Non interessava fermare tanta distruzione. Così Aleppo è stata demolita pezzo dopo pezzo, mentre la sua gente era sottoposta a un logorante assedio e alla brutalità della guerra. E la follia continua.Le rovine che continuano ad accumularsi ad Aleppo sono il monumento vivente di una guerra assurda. La comunità internazionale si è persa in una fitta trama di giochi e veti incrociati. Intanto, si demoliva la civiltà del vivere insieme che, pur tra difficoltà, aveva reso Aleppo una testimonianza pacifica in tutto il Medio Oriente. La sua grande e varia comunità cristiana prendeva in buona parte la via dell’esilio.
Lo storico Andrea RiccardiIl paradosso oggi è che, mentre in Siria vige una fragile tregua (con tante infrazioni), ad Aleppo si muore per la guerra. Anzi la città è nel cuore del conflitto. È l’ultima beffa di una storia lunga e dolorosa dal 2012. Nell’ultima settimana si calcola che siano morte almeno duecento persone, di cui cinquanta bambini. È caduto pure l’ultimo pediatra, uno della schiera di medici coraggiosi rimasti in città. Il governo di Assad (che in passato aveva lanciato i suoi terribili barili esplosivi) bombarda i quartieri occupati dai ribelli, nel tentativo di riconquistarli per operare una ricongiunzione con la parte della città, finora rimasta nelle sue mani, dove vivono anche i restanti cristiani. Pure quest’area viene di nuovo colpita dai ribelli, dopo un breve periodo di tranquillità. La battaglia di Aleppo continua in una città in cui restano più rovine che edifici in piedi. È ora di fermarla!Il canale di comunicazione tra Stati Uniti e Russia, finalmente, ha mostrato di funzionare nella decisione della tregua nel resto della Siria. Ora si deve salvare quel che resta di Aleppo. La guerra non può più continuare in questa città martire. Quando cadrà il fragile muro di divisione tra le due parti, quella controllata dai governativi e quella dei ribelli, come potranno gli aleppini riprendere a vivere insieme? Come vivranno insieme musulmani e cristiani? Infatti, tanto odio è stato seminato. Tanta gente è morta e sparita. Sono scomparsi nel nulla il vescovo siro-ortodosso Gregorios Ibrahim e quello greco-ortodosso Paul Yazigi, rapiti proprio tre anni fa. La Chiesa di Aleppo, vedova di suoi due vescovi, è come le tante famiglie della città che hanno perso un padre, una madre, un parente e ben più di uno.Aleppo merita subito la pace. È dimostrato che politicamente si può fare molto per fermare la lotta armata. Perché non farlo per Aleppo? Non si possono perdere settimane assistendo a questa crudele distruzione. Stati Uniti e Russia devono compiere un passo deciso. Il governo di Assad deve fermarsi, se mira a recuperare un po’ di credibilità al cospetto del mondo. La storia chiederà conto di tanti morti e di tante distruzioni. E, purtroppo, quel mondo di convivenza non si ricreerà facilmente. Bisogna fermarsi finché ci sono ancora un po’ di speranza e di vita ad Aleppo.
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Davide Rondoni
Non saranno più confini o meno confini a fare l’Europa del futuro, a conservarla dalle disgregazioni, ma più luoghi dove si coltivano le cose delle anime

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Giorgio Ferrari
«Nessuna conclusione di pace, che sia stata fatta con la riserva segreta della materia di una guerra futura può definirsi pace, ma rappresenterebbe solamente un armistizio