lunedì 12 gennaio 2009
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Lo scandalo è la guerra. L’inde­cenza dell’uccisione degli in­nocenti e, comunque, la violazione inaccettabile di quel mistero che chiamiamo vita. Bella o brutta che sia; ben spesa oppure malvissuta, in ogni caso la vita è e resta intan­gibile e sacra (due termini etimo­logicamente identici). La moder­nità che pure ha contribuito ad al­lentare molti vincoli etici nelle re­lazioni umane, proponendoci la guerra sempre più da vicino, con­tribuisce a rendere più evidente la questione morale che sempre l’ac­compagna. Con la conseguenza di porre anche a noi che ne siamo lon­tani, l’urgenza di una scelta tra le parti: tra la verità e la menzogna, oppure e peggio, tra il coraggio e la viltà. Insomma la guerra impieto­samente esposta nei media (dai grandi network sino all’infinita tra­ma dei percorsi di comunicazione in rete), ci coinvolge e influisce sui comportamenti, culturali e politi­ci prima di tutto. E in questo scuotimento generale della coscienza collettiva, tornano a sovrapporsi drammatiche pola­rizzazioni prima quasi dimentica­te. In mezzo a tante, forse la più di­rimente è quella che intercorre tra la pietà e la ragione, e, dunque, tra il più umano dei sentimenti e il più alto attributo dell’uomo, l’intelli­genza. Due estremi tra i quali si di­stende un vasto territorio occupa­to da una infinità di elementi e di sensazioni, che riproduce nella co­scienza di ciascuno le difficoltà rea­li delle parti in conflitto nella ricer­ca di una composizione accettabi­le e dignitosa per tutti i conten­denti. Ed è proprio questa traspo­sizione a trasformare l’inerzia na­turale dell’opinione pubblica in u­na partecipazione che da lontano si coinvolge negli eventi della guer­ra e del dolore che da essa proma­na. E da lontano l’unica partecipa­zione possibile è la manifestazione delle diverse solidarietà e, dunque, il trasferimento del conflitto com­battuto con le armi, nel cuore stes­so dell’opinione pubblica che così trova un ulteriore elemento di di­visione, tra i tanti che già la fram­mentano, rendendola sempre più indecifrabile. L’impatto della guerra sull’opinio­ne pubblica, però, non è una va­riabile indifferente. La storia re­cente, compresa quella di Israele, ha mostrato che una vittoria mili­tare da sola potrebbe non bastare, se essa non fosse accompagnata da un consenso che ne giustifichi i costi umani e materiali, e che an­nulli gli effetti emotivi delle stru­mentalizzazioni di chi sfrutta le sofferenze degli altri per riconqui­stare spazi politici e posizioni di privilegio perdute. Tutto ciò rende la guerra ancora più crudele, ma non fa più innocente chi da lonta­no la strumentalizza. E sempre a senso unico. È strano, ma tra i mu­tamenti culturali della modernità, vi è anche la possibilità di spor­carsi le mani di sangue innocente restando al sicuro da qualsiasi ri­schio ravvicinato. In questi giorni in cui le notizie spezzandoci il cuore, ci dovrebbe­ro invitare a qualche più profonda riflessione sulla vita e sui destini del mondo, sento invece ritornare l’e­co di voci e di slogan di odio che brandendo un dolore che non gli appartiene, approfittano della guerra per ricavarsi uno spazio che per altre ragioni essi avevano per­duto. Quelle grida certamente fan­no pensare, anche perché hanno per bandiera le stesse immagini del dolore innocente che erodono l’a­nima. Ma non mi persuadono per­ché usano la guerra, e così non aiu­tano la pace.
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