Quei bimbi tra i tir sono schegge di Dio
martedì 5 ottobre 2021

Un via vai di povera gente, un affannarsi a trascinare sacchi e valigie gonfie, chissà dove. I giganteschi Tir provenienti dal fondo dell’Asia, oppure vuoti, di ritorno, si fermano alla frontiera. C’è una gran polvere, e nel video della Bbc pare perfino di sentire l’odore soffocante dei diesel. Le ruote di un Tir ora si rimettono in moto, lente: ma, incredibile, accanto, fra quelle ruote, sotto al Tir, si vedono dei piedi di bambini, che camminano.

Veloci, sempre più veloci man mano che il camion accelera: poi un paio di ragazzini cadono e sbucano rotolando da sotto i paraschizzi dei pneumatici. Sconfitti si allontanano con un fagotto sulle spalle. Piccoli contrabbandieri: trafficano sigarette da una sponda all’altra della frontiera. Hanno sette, otto anni: le ruote sono alte quanto loro (di colpo ti ricordi di come a quell’età quelle ruote ti parevano enormi, e mostri ansanti, i camion che si affiancavano all’auto di famiglia, in autostrada). Quanto disperato dev’essere un bambino per avventurarsi sotto a un Tir, fra ingranaggi adunchi e cigolanti, e a correre per aggrapparsi a una sporgenza e rannicchiarcisi dentro, nel buio, nel veleno del gas? Lo fanno. Abitualmente, afferma la Bbc, ogni mattina, alla frontiera di Torkham.

I taleban e le guardie pakistane lasciano fare: indifferenza forse, o pietà. Anche una bambina tenta di arrampicarsi, ma le gonne lunghe la impacciano. «Io non mi sono mai fatto niente, ma una bambina è caduta ed è morta», dice un ragazzino. Già professionisti, scaltri a indovinare l’attimo, bravi a non mostrare la paura. Perché non è possibile che non facciano paura, a dei bambini, quei mostri che si mettono in moto con un sussulto minaccioso, sfiatando dai condotti sbuffi da bisonti d’acciaio. E sanno, anche – hanno visto qualcuno di loro cadere.

«Ma è sempre meglio che morire di fame», commenta la cronista, e il servizio finisce. C’era scritto, ti dici, che il video poteva mostrare «immagini disturbanti». Chissà che ora era in Italia, mentre le giravano. Profonda notte forse, noi addormentati nelle nostre case. Ma è anche adesso, e domani, di nuovo: l’Afghanistan è in ginocchio, e i primi a pagare sono i bambini. Nessun Contingente di pace si muoverà per loro, né noi, a dire il vero, ce ne diamo molto pensiero. Scendiamo in piazza contro il vaccino, o, lodevolmente, per il futuro della Terra assediato di rapace indifferenza; per il presente dei bambini afghani no. In realtà, viviamo su pianeti differenti. E ci si pente, di aver cliccato un video che viola i confini dei nostri differenti Universi. Tu poi che ti ci soffermi troppo, sei una sciocca: giacché non si possono avere 60 anni in Occidente e ignorare come girano i mondi – il nostro, e quelli altrui. Quel clic sul sito della Bbc ti lascia in uno stato di impotenza desolata.

Non vuoi consolarti: non è giusto. Ma almeno vorresti un’ipotesi di senso a tanto male, a quel dolore innocente che da sempre brucia, intollerabile. Tra i milioni di parole che ti si rovesciano addosso dal web stamattina, promesse e impegni internazionali, annunci di nuova giustizia e di eque umane politiche, ce n’è almeno, ti domandi, una che possa fronteggiare i bambini afghani fra le ruote dei Tir? La sola che ho trovato l’ha pronunciata il Papa, domenica. Quando ha ricordato come Cristo, compiendo il gesto di abbracciare un bambino, «si era identificato con i piccoli».

«Chi cerca Dio lo trova lì, nei piccoli », ha detto Francesco. Dio nei piccoli, e ogni piccolo un frammento di Dio. Nelle favelas, e ai confini del Messico. E anche i bambini su quella frontiera. Schegge di Dio limpide e inconsapevoli, dolore innocente che si consuma. Noi, non possiamo capire. Ma almeno forse sapere, e ricordarci ogni mattina di quanta sofferenza innocente abita lontano da noi, o anche vicino. E in questa memoria, alzarci un po’ meno gretti. Un po’ meno distratti – in un germe di cognizione di ciò che siamo. Di cosa ci viene, silenziosamente, domandato.

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