Quali Regioni in un'Italia unita? Un caso serio e per nulla risolto
mercoledì 25 ottobre 2017

Caro direttore

sono convinto che con le richieste referendarie di autonomia delle regioni Veneto e Lombardia il vento del Nord non si sia fatto più forte, ma si sia affievolito di molto perché se queste regioni si chiudono in se stesse e nelle proprie rivendicazioni viene a mancare quel “monito” allo Stato centrale che la Lega Nord ha saputo anche rappresentare. L’Italia è una e indivisibile non per politica, ma per cultura. E la civiltà italiana è germinata per millenni anche e soprattutto dal Sud e dal Centrosud. E io non credo che le regioni del Sud siano interessate alla via indicata da questo tipo di referendum, come invece sostiene Matteo Salvini, attuale leader del Carroccio. Al Sud la Lega non ha e non avrà la stessa forza che ha avuto e ha al Nord.

Francesco Baldini Ravenna

Caro direttore,

l’autonomia non è solo questione di soldi e tasse. Chi pensa che sia l’unico modo per cambiare il volto del Veneto lo fa con ignoranza e superficialità. La nostra regione e il nostro territorio li possiamo migliorare invece con scelte coraggiose, progetti veri per prendersi cura della propria comunità sulla base delle necessità reali. E io voglio provarci. C’è chi festeggia alzando i toni, straparlando faziosamente e furbescamente di “più soldi a casa nostra”, quando in realtà non sarà così. Ma c’è anche chi, con intelligenza, comincia a domandare quali innovazioni saranno possibili per le nostre aziende, per le nostre scuole. E la politica deve dare risposte, dimostrando di aver già iniziato a progettare e di non essersi fermata alla sola propaganda. Mi auguro che il presidente Zaia non inciampi e sia coerente, anche se i primi segnali non vanno in questa direzione. È paradossale che egli rivendichi lo Statuto speciale per il Veneto quando prima parlava di abolirlo per tutte le Regioni. Se è uno strumento superato per il Trentino o il Friuli, non si capisce perché debba andare bene per noi. Per questo, ribadisco, servono verità e umiltà nell’affrontare i prossimi passi: verità, perché si richieda a Roma ciò che la Costituzione (da lui strenuamente difesa a parole nel referendum del 4 dicembre 2016) permette senza forzature incostituzionali come il “teniamoci le tasse per noi”, umiltà perché sia corretto e si sieda ai tavoli senza alzare la voce per i propri interessi partitici. E anche coerenza, affinché prosegua il percorso di autonomia anche con un eventuale governo nazionale di centrodestra senza rimandare il discorso, come accaduto in passato. Il Veneto che io conosco sorride al risultato di oggi, ma festeggerà solo a obiettivo raggiunto. Se dipendesse da me, approfitterei di questa occasione per parlare di un Veneto altruista, in cui i cittadini e i politici desiderano prendersi cura personalmente di alcuni temi cruciali del proprio territorio; potremmo intervenire coraggiosamente a tutela di aria e acqua a rischio inquinamento senza ritardi dettati dalle competenze, finanziare progetti di integrazione fra aziende e università per la ricerca, guidare le scuole a formare professionisti utili alle economie agricole o industriali locali, che tanto li richiedono ma non trovano, intervenire per la garanzia dei beni culturali e ambientali ascoltando le proposte di rilancio avanzate da comitati e gruppi di cittadini... Una visione ben lontana da un venetismo che nega il prossimo e alimenta di continuo lo scontro con lo Stato centrale.

Cristina Guarda Consigliera regionale del Veneto

Gentile direttore,

l’esito del referendum consultivo, promosso da Lombardia e Veneto, conferma – in modo clamoroso in Veneto, con più moderazione in Lombardia – quanto sia urgente affrontare la “questione settentrionale”: la parte più produttiva e meglio amministrata del Paese è stanca di fungere da bancomat per aree e regioni in cui la spesa – sovente clientelare – è fuori controllo; è stanca di decreti per “Roma Capitale”, piuttosto che “Salva Napoli”; non comprende i privilegi, storicamente superati, delle Regioni a Statuto speciale; non tollera più il modo di amministrare della Sicilia del presidente Crocetta... Si tratta di un elettorato che non chiede la secessione e neppure di venir meno ai doveri di «solidarietà nazionale»; esige, tuttavia, che il frutto del proprio lavoro e della propria “contribuzione” venga ben investito e rimanga prevalentemente sul territorio che l’ha prodotto, evitando il perpetuarsi di logiche parassitarie.

Mi aspetto un negoziato serio di Lombardia e Veneto con il Governo centrale che sortisca, appunto, tale risultato: trattenere al Nord larga parte delle tasse che il Nord paga, in modo che ne beneficino – in termini di servizi a sostegno di persone, famiglie e imprese – primariamente coloro che si segnalano per produttività. Se così accadesse, ovviamente ne trarrebbero giovamento anche la nostra città, il Cremasco, la Provincia di Cremona...

Antonio Agazzi Capogruppo di Forza Italia al Comune di Crema

Credo fortemente alla necessità di governare la vita delle nostre comunità “da vicino”. Il sistema regionale italiano era stato pensato e avviato con questa intenzione e questa missione civile e politica. Il risultato, purtroppo, è stato deludente quasi ovunque, e persino di più nella stagione della esaltazione “federalista” che ha colto la politica italiana dall’irruzione in scena della Lega Nord, nei primi anni 90 del Novecento, e sino ad appena ieri. Poi sono venuti i mesi amari della disillusione e della protesta contro la malapolitica e l’uso maldestro e a volte manigoldo di risorse e competenze regionalizzate. Ora una nuova onda autonomista sembra levarsi, ma senza un’idea guida che accomuni le diverse aspettative: tutte «speciali» le nostre Regioni, o tutte più «responsabili» eppure sempre reciprocamente «solidali»? Queste tre lettere a loro modo lo testimoniano. È bene che si torni a ragionare e dibattere con passione su questo caso serio dell’organizzazione istituzionale della nostra democrazia e che, poi, si decida con lucidità su ciò che è possibile e necessario fare anche così, in un cruciale livello intermedio dell’auspicabile “governo di prossimità” dei territori, per riavvicinare in modo efficace e convincente l’amministrazione pubblica ai cittadini. Purché sia chiaro soprattutto a chi fa politica che nessuno mai si salva da solo e – sorprende ritrovarsi a dirlo – che «Italia» non è solo un’espressione geografica o un incitamento da partita di calcio.

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