venerdì 14 ottobre 2011
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​Si fanno chiamare ovunque indignados, con la "gn" dura, alla spagnola e come nel latino di Cicerone. Traggono il loro nome dal pamphlet dal titolo Indignez-vous! del nonagenario partigiano francese Stéphane Hessel, figlio della donna che ispirò il romanzo di Roché Jules e Jim, ma hanno celebrato a Madrid il loro battesimo pubblico nel maggio scorso occupando la Gran Via e Puerta del Sol. Sono rispuntati in settembre a New York assediando Wall Street e occupando il ponte di Brooklyn, a Bruxelles si sono accampati davanti ai palazzi del potere (il Justus Lipsius, la Commissione, l’Europarlamento), ora rispuntano a Bologna davanti alla sede locale di Bankitalia e a Roma in via Nazionale, in attesa dell’I-day di domani. Per ora la violenza è stata un fatto marginale, episodico. Domani chissà. Degli indignados italiani si sa apparentemente quasi tutto: sono Cobas, attivisti della Fiom, ragazzi dell’Arci, del popolo viola, della Fgci, dei No Tav, del No Dal Molin, dei Comitati contro i rifiuti a Napoli, antagonisti dei centri sociali, militanti di Legambiente, precari dell’università, simpatizzanti della sinistra vendoliana, di Rifondazione, dell’ex arcipelago comunista. Reclamano il default selettivo (siano le banche, non i cittadini a pagare il fallimento dei debiti sovrani), la Tobin Tax (tassare le transazioni finanziarie), la redistribuzione della ricchezza.Tutto chiaro? No, affatto. A cominciare da quel nome, quella sigla, indignados, comodissimo contenitore nel quale inscatolare un fenomeno senza volerlo comprendere e capire.La colpa è certamente anche nostra. Di noi giornalisti, della stampa, non solo italiana. Quella cioè di aver semplificato, sintetizzato all’estremo e soprattutto – qui sta il nocciolo della nostra responsabilità – di aver evitato di capire, di approfondire, limitandoci a nasconderci dietro quel termine, comodamente esotico, appropriatamente straniero, buono per tutte le occasioni. Il trionfo, si potrebbe dire, dell’ala neoplatonica dell’antica disputa sugli universali: nominalia ante rem, i nomi che vengono prima delle cose. Gli <+corsivo>indignados<+tondo>, lemma in sé vuoto di senso storico, avvolge e al tempo stesso occulta preventivamente ogni indagine su questa complicata realtà che stiamo vivendo.Già, perché chi sono davvero gli indignados? E si possono davvero chiamare così tutti coloro che per una ragione o per l’altra protestano? Il pensiero corre al fenomeno dei No Global, nato dodici anni or sono in occasione del Wto a Seattle e articolatosi per lungo tempo nell’opposizione al governo mondiale della finanza e a favore di uno sviluppo sostenibile (non senza pericolosi accessi di violenza urbana: Goteborg, Genova, Davos), ma che aveva al suo arco un arsenale concettuale che allineava figure di tutto rispetto come il linguista del Mit Noam Chomsky, la sociologa Naomi Klein, gli economisti James Tobin e Joseph Stiglitz e come ombrello ideologico il World Social Forum di Porto Alegre.Nulla di lontanamente simile ci pare di scorgere per il momento sotto il cielo dei sedicenti indignados. Forse proprio per quel battesimo frettoloso che ci siamo accomodati a fornirgli, senza indagarne a sufficienza le ragioni – gli slogan originali e quelli presi a prestito, le parole d’ordine casuali e quelle davvero condivise – che certamente ci sono, e le diversità, che forse sono ancora di più delle ragioni.«Valuto molto più forte il rischio che i sentimenti dell’indignazione e della speranza restino, come tali, inefficaci, in mancanza di una lettura del mondo e di una adeguata pratica politica che dia loro corpo. Che l’indignazione possa supplire alla politica e, in primo luogo, alla creazione delle sue forme efficaci è illusorio». Sono parole – lo avreste detto? – di Pietro Ingrao, autore di Indignarsi non basta, una delle risposte più fulminee all’antipolitica di Stéphane Hessel. Le risposte più alte e vere e convincenti all’alternativa secca tra rassegnazione e pura e semplice indignazione risuonano inequivocabili nella Caritas in veritate: «Senza verità, senza fiducia e amore per il vero, non c’è coscienza e responsabilità sociale – scrive Benedetto XVI –, e l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società, tanto più in una società in via di globalizzazione, in momenti difficili come quelli attuali». Non solo slogan, ma parole e vie di verità e di giustizia: occorre che qualcuno sia finalmente disposto ad ascoltare le une e a imboccare le altre.
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