«Non ci meritiamo certi politici, ma...». Autocritica e sfiducia, È ora di svoltare
sabato 6 febbraio 2021

Gentile direttore,
in questi frenetici giorni di accuse e smentite, di caccia alle streghe, siamo sicuri di aver individuato tutti i “colpevoli”? Non vorrei macchiarmi di lesa maestà, ma siamo certi, noi elettori, di essere al di sopra di ogni sospetto? Possiamo davvero non considerarci, almeno in parte, complici del degrado di questa misera scena politica? La classe politica è la rappresentanza del volere elettorale, si può anche dire, in parole povere, che il politico si limiti, troppe volte, a dire all’elettore quello che vuole sentirsi dire. Noi cittadini, dal canto nostro, abbiamo iniziato a ragionare più con la pancia che con la testa, abbiamo accettato una politica che, piuttosto che avanzare con grandi ideali, arranca a slogan. Possiamo quindi definirci davvero innocenti? Mi perdoni la schiettezza che non vuole certamente scagionare una classe politica dalle sue indiscutibili responsabilità, ma possiamo davvero dire con certezza, come si sente dire in questo periodo, di «non meritarci questi politici»? Penso sia necessario riiniziare a interessarsi di politica, per quando faticoso e demoralizzante possa essere, e a parlarne in modo costruttivo, senza abbassarsi a un semplice scambio di insulti, per non parlare dell’importanza di optare per ricche ideologie piuttosto che farsi ammaliare da soluzioni facili e frasi fatte. Di questo passo per andare a votare non basterà “turarsi il naso”, ci si dovrà andare in apnea.
Federico Podrecca

Gentile direttore,
sono fortemente preoccupato per la situazione istituzionale del mio Paese. E mi è rimasto in testa un passaggio del fondo di Danilo Paolini di venerdì 5 febbraio, là dove afferma che «servono i partiti, quegli stessi partiti che hanno fallito e falliscono puntualmente da anni in termini di affidabilità, di credibilità, di stabilità. Magari cambiano nome, si fondono, si scindono, si alleano, divorziano, ma alla fine falliscono alla prova delle grandi sfide, dei passaggi decisivi». Penso a partiti e leader che si sono proclamati alternativi tra loro e, poi, si sono invece alleati o si mostrano pronti a farlo. Alcuni a un filo solo, altri addirittura a doppio filo. Come si fa, dunque, a nutrire fiducia che questi personaggi ci sappiano tirar fuori da questa situazione che, come ha detto il Presidente della Repubblica, è drammatica sul piano sanitario, sociale ed economico? Sono dirigente di una scuola professionale, funzione alla quale mi ha richiamato la mia Cooperativa S. Giuseppe, e mi chiedo come posso infondere coraggio ai miei studenti... Genitori e docenti mi dicono che i loro figlioli sono frastornati ed esasperati, che s’interrogano sul loro futuro. Ai ragazzi dico che un futuro migliore comincia con l’impegnarsi a fondo sul piano scolastico. Poi, da credente so che il Signore non ci abbandonerà, ma come potrei dire a tutti loro di riporre fiducia in uomini che non sembrano preoccupati di risolvere i problemi degli italiani e sembrano più preoccupati di mantenere potere e privilegi?
Gualtiero Comini


È evidente che la classe dirigente (politica e no) di un Paese non viene dalla Luna. Ma, come scrivevo anni fa, in piena Tangentopoli – lavoravo allora per un altro grande giornale –, una classe politica è e appare, soprattutto in certi momenti complicati e drammatici, «il prodotto di un società che in essa si specchia, si riconosce e persino si odia». In quel 1992 ci sentivamo quasi tutti pubblici ministeri e persino giudici di furbi e malfattori travestiti da “onorevoli”. (Io francamente no, per rispetto della competenza e della coscienza dei buoni magistrati e per un senso del limite che continuo a ritenere necessario nel mestiere di cronista). Ora, dopo il più pazzo dei collassi di una maggioranza di governo in piena emergenza sanitaria, ci sentiamo quasi tutti vittime e complici, come il signor Podrecca, o vittime e ribelli, come il professor Comini. Vittime e complici di azzardato voto colposo. Vittime e ribelli per lesa fiducia.
Anch’io, come voi e come tanti, gentili amici, sono arrabbiato e deluso. Ma sono anche incuriosito e stimolato dal quadro nuovo e diversissimo che si sta schiudendo a seguito di dichiarazioni, conversioni e impegni «responsabili» ed «europeisti» di leader e partiti sulla scena delle consultazioni del presidente incaricato Mario Draghi. «Responsabili» ed «europeisti» sono gli stessi aggettivi che, nelle scorse settimane, avevamo visto usare e ridicolizzare come etichette di piccole operazioni di palazzo e che stanno ritrovando di colpo il loro vero senso. Ecco perché mi sforzo di aiutare a leggere segni di speranza proprio dentro questo ennesimo passaggio complicato. E comunque, assieme ai miei colleghi e alle mie colleghe, cerco di far ricordare – pur nella cronaca fedele e nell’analisi schietta dei fatti – che pure i politici, i grand commis, i burocrati e i piccoli e grandi capitani d’azienda... non sono tutti di quella cattiva pasta di cui voi mi scrivete e di quella presuntuosa e pretestuosa malizia che tanti hanno visto all’opera e idealmente bocciato. Alcuni si rivelano irrecuperabili. Alcuni altri – che, magari, possono esserci cascati – dimostrano di sapersi correggere. Altri ancora, e meno male, appaiono non solo coerenti coi propri ideali, ma anche capaci di fare scelte costose nel nome di un interesse generale. Non stupitevi se cito una bellissima canzone di Francesco De Gregori («La storia») che ha inciso nella memoria mia e di un’intera generazione questo verso: «E poi ti dicono, “Tutti sono uguali”. “Tutti rubano nella stessa maniera”. Ma è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera...». Dire, scrivere e portarci a pensare che “tutti sono uguali”, malamente uguali, finisce per isolarci, spingendoci lontano dalla vita comunitaria e in definitiva lontano dalla democrazia, che viene sempre più rischiosamente rappresentata come lo spazio di una “casta” inutile, cialtrona e persino odiosa.
Non so come si concluderà il tentativo di Mario Draghi, civil servant e presidente incaricato, di dar vita a un «governo di alto profilo» per fronteggiare la gravissima crisi sanitaria da Covid-19 e di tracciare una strada sicura oltre la dura crisi sociale ed economica che ci affligge da tempo e che in questi mesi si è aggravata in una misura davvero enorme e che tanti – purtroppo o per fortuna – non percepiscono ancora del tutto. Ma so che questo percorso si sta aprendo. E so che con la chiamata di un gran “tecnico” come Draghi – criticato da parecchi, ma apprezzato e rispettato da molti di più in Italia, in Europa e nel mondo (e l’effetto positivo si è subito fatto sentire) – il presidente Mattarella ha offerto alla nostra classe politica tutta intera un’occasione di riscatto dopo la miope, faziosa e fallimentare crisi del governo Conte II e dell’intera XVIII legislatura repubblicana. Per amore o per forza, per convinzione o per calcolo quasi tutti sembrano disposti a coglierla. È un inizio di cambiamento, forse.
Facciamolo diventare, per la parte che compete a noi cittadini, un processo reale e certo. Partecipare è molto di più che essere follower sui social di questo o quel capopartito. Ognuno di noi, anzi, ha il potere di svuotare di fiducia i comizi virtuali dei signori delle parole vane e delle parole cattive, ognuno di noi può contribuire a svuotarne le bisacce di voti. Guardiamo ai fatti necessari ed evidentemente buoni per la vita di tutti. Torniamo a tener care le grandi idee che quei fatti buoni sanno generare e a pretenderle – sì, pretenderle – da chi si candida a rappresentarci. E riabituiamoci a riconoscerle, quelle idee generative. Senza turarci il naso, senza andare in apnea per sopportare i politici sbagliati. E che il cambiamento che s’intravvede diventi, così, svolta.


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