Perché va rilanciato il personalismo
venerdì 26 maggio 2017

L’articolo di Francesco D’Agostino (“Avvenire” di domenica 21 maggio 2017) dal titolo «Oltre la confusione dei personalismi. Impariamo a dire fratelli» – rappresenta una sorta di de profundis per una grande tradizione (quella personalista) che ha radici profonde nel pensiero cristiano – e non solo in esso – nel lungo arco di tempo che va da sant’Agostino alla filosofie personaliste del Novecento. Infatti, il professor D’Agostino attribuisce proprio al personalismo gravi responsabilità per le attuali derive individualistico-libertarie di certa sociologia e di certa bioetica: con una liquidazione a mio avviso sommaria di un’alta e nobile tradizione di pensiero che non mi sarei aspettata da uno studioso della sua competenza e della sua finezza. Che “personalismo” e “persona” siano diventati termini del tutto impropriamente usati dai sostenitori dell’assolutizzazione dei veri o presunti “diritti” individuali è fuori discussione. Ma è il caso di abbandonare una categoria – quella, appunto, di persona – che ha segnato in profondità, sin dalle origini, il pensiero cristiano e si è poi espressa nel Novecento in un movimento che (con autori come Maritain e Mounier in Francia e Stefanini e Olivetti in Italia) occupa un posto non marginale nella storia delle idee?

Adottando il criterio dell’utilizzazione strumentale dell’una o dell’altra categoria di pensiero si darebbe luogo a una amplissima famiglia di “diseredati”: insieme a “personalismo” dovrebbero essere abbandonati “liberalismo” o “idealismo” (quale varietà di posizioni dietro questi due termini!) o addirittura cristianesimo e umanesimo (perché anch’essi di fatto sono degli “ismi”, come avviene per il francese christianisme o il tedesco humanismus). E con quali termini sostituirli? Ci si può immaginare che cosa accadrebbe se, ogni volta che si adotta uno di questi termini, se ne dovesse precisare il senso e la storia... Così è anche per il “personalismo” (comunitario).

Rimossa ogni facile tentazione “liquidatoria”, resta aperto tuttavia il problema che D’Agostino pone al pensiero personalista, quello cioè di fare la propria parte in vista del contrasto della deriva individualista che caratterizza l’attuale cultura: a partire dall’assunto che per il “personalismo comunitario” (o “sociale”) l’io è sempre in relazione con il “tu” e con il “noi”. Nessun uomo è un’isola; non esiste una felicità soltanto individuale, e così via: nulla di più lontano, dunque dalle derive individualistiche segnalate da D’Agostino, nulla di più alieno da una “ideologia della persona” del tutto estranea rispetto all’autentica tradizione del personalismo, che è strutturalmente una filosofia della relazione, dell’incontro, del dialogo, un insieme di diritti e di doveri.

Le derive di certo esasperato individualismo bioetico, giustamente denunciate da D’Agostino, non legittimano in alcun modo l’abbandono della categoria di “persona”, ma anzi ne impongono la riproposta e la ripresa: nel solco di una tradizione di pensiero che nulla ha da temere dal confronto con la post-modernità.

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