Onoriamo il Papa della «Pacem in terris» schierando l'Italia per il disarmo nucleare
sabato 16 settembre 2017

Gentile direttore,
incredulo, addolorato, disorientato dalla decisione di attribuire il Patronato all’Esercito Italiano a san Giovanni XXIII, l’indimenticato papa Roncalli, il coraggioso promotore del Concilio Vaticano II, l’autore della Pacem in Terris, mi permetto di scrivere – al quotidiano da lei diretto e al quale sono abbonato da decenni – queste riflessioni. «Decreto della Congregazione per il Culto Divino o Bolla Pontificia?». Se davvero si ponesse il problema in questi termini formalistici e burocratici, si rischierebbe di spostare l’attenzione dalla incomprensibilità della decisione fortemente divisiva e, a mio parere, anti-ecumenica (cosa faranno gli altri Stati di tradizione cristiana adesso? Chiederanno a loro volta un Santo Patrono per gli eserciti di cui dispongono?). Ma come? Solo poche settimana fa papa Francesco ha visitato i luoghi di don Lorenzo Milani e di don Primo Mazzolari, profeti della pace, propugnatori del disarmo, promotori di azioni di sensibilizzazione alla nonviolenza e al rifiuto degli armamenti, e adesso? Ritengo sia una scelta che fa arretrare l’orologio della storia della Chiesa Italiana (e non solo!), che ferisce profondamente l’animo di tutti gli operatori di pace e che meriterebbe di essere riconsiderata.
Massimiliano Munari

Gentile direttore,
sono lieto che Giovanni XXIII, santo, convinto difensore della tradizione e del nostro patrimonio storico, culturale e religioso, sia stato proclamato “Patrono dell’Esercito Italiano”. Ricordo che il 6 gennaio 1917 nella Chiesa Prepositurale di Albino, il cappellano militare Roncalli, presente pure il duca di Bergamo, consacrò al Sacro Cuore i numerosi soldati in procinto di partire per il fronte. Per conoscere bene la vita e la storia del santo Papa bergamasco occorre leggere attentamente i suoi scritti e soprattutto la sua opera biografica “Il giornale dell’anima”.
Riccardo Poletti

Caro direttore,
ha dato da pensare anche a me la notizia della dichiarazione di san Giovanni XXIII «Patrono presso Dio dell’Esercito italiano». Più semplicemente gli italiani, e non solo, lo ricordano come il <+CORSIVODIR_RISP>Papa buono<+TONDODIR_RISP> e per quella frase pronunciata l’11 ottobre 1962 al termine della giornata di apertura del Concilio ecumenico Vaticano II: «Cari Figliuoli, sento le vostre voci. La mia è una voce, sola, ma riassume la voce del mondo intero... La mia persona conta niente: è un fratello che parla a voi... Continuiamo a volerci bene, a volerci bene così; guardandoci così nell’incontro: cogliere quello che ci unisce, lasciar da parte, se c’è, qualche cosa che ci può tenere un po’ in difficoltà... Tornando a casa, troverete i bambini, date una carezza ai vostri bambini e dite: questa è la carezza del Papa. Troverete qualche lacrima da asciugare: dite una parola buona. Il Papa è con noi, specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza». Forse, di questo passo, nei prossimi anni Kim Jong Un verrà ricordato dai pacifisti, Trump sarà venerato dagli ambientalisti, Nelson Mandela dal Ku Klux Klan e la guerra sarà chiamata pace.
Fabrizio Floris


Queste tre vostre lettere, cari amici, condensano – per quel che vale anche nelle proporzioni (due contrari per un favorevole) – le reazioni, giustamente appassionate, che abbiano ricevuto in questi giorni dopo la proclamazione di san Giovanni XXIII a patrono dell’Esercito italiano. Forza armata, è comunque importante sottolinearlo, di una nazione democratica che nella sua Costituzione – all’articolo 11 – proclama: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Tenerlo bene a mente ed essere fedeli a questo solenne e sacrosanto impegno è importante, e può aiutare ad affrontare non tutte ma almeno alcune delle obiezioni al patronato “con le stellette” attribuito al Papa della Pacem in terris.
Detto questo, anche qui per quel che vale, penso che al punto in cui siamo si possa e si debba condividere l’auspicio espresso negli scorsi giorni da diverse e autorevoli voci del mondo ecclesiale italiano e che l’arcivescovo di Pescara e già presidente di Pax Christi Italia, Tommaso Valentinetti, ha sintetizzato in queste parole: «Al n. 60 della sua stupenda enciclica, il Pontefice domandava che venisse arrestata la corsa agli armamenti e si riducessero simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti. Una richiesta disattesa, ma ora in Italia non si potrà invocare il nome del Santo protettore senza, quantomeno, adoperarsi perché i rapporti fra le comunità politiche come quelli fra i singoli esseri umani, siano regolati non facendo ricorso alla forza delle armi, ma nella luce della ragione; e cioè nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante e soprattutto che al criterio della pace che si regge ancora sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia».
Tanto per fare un esempio concreto, sarei felice di poter registrare nei mesi a venire una evoluzione della linea del nostro Governo che porti, dopo un libero dibattito parlamentare, a una limpida e motivata adesione allo schieramento di Stati che in sede Onu ha votato a grande maggioranza per il bando delle armi nucleari nonostante l’aperta opposizione o l’ostentata indifferenza delle “potenze atomiche” e dei loro più stretti alleati, sinora Italia compresa. Che la parola e l’esempio del santo Papa Buono ispirino chi può e deve decidere.

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