Una strada segnata. Il governo dei doveri


Marco Tarquinio martedì 13 dicembre 2016

La crisi è finita. Il Governo Gentiloni è nato e si sta mettendo, anzi sta tornando, al lavoro. La maggioranza, infatti, è in pratica la stessa che aveva retto nei «mille giorni» di Matteo Renzi, con gli stessi problemi interni, un paio di pezzi in meno (i verdiniani e ciò che resta di Scelta Civica) e un orizzonte temporale ristretto. E la compagine ministeriale le somiglia come una goccia d’acqua. Limitatissime le novità, in attesa di viceministri e sottosegretari. Un pesante cambio di poltrona: Angelino Alfano passa dalla guida dell’Interno a quella degli Esteri. Un debutto: Valeria Fedeli all’Istruzione. Un ritorno dopo diciott’anni: Anna Finocchiaro ai Rapporti col Parlamento. Due promozioni da sottosegretario a ministro: Marco Minniti all’Interno, Claudio De Vincenti alla Coesione territoriale e Mezzogiorno. E una promozione da ministro a sottosegretario-segretario di governo per Maria Elena Boschi. Adesso saranno le due Camere a decidere sulla fiducia, perché questo è il loro potere esclusivo e condiviso, secondo la Costituzione che gli italiani hanno confermato votando No al referendum.

Molto sembra uguale, dunque, eppure tutto è cambiato. Perché siamo passati da un "Governo dei poteri" a un "Governo dei doveri". Matteo Renzi era arrivato nel 2014 alla presidenza del Consiglio proiettando l’idea del cambiamento forte e possibile pur in una Legislatura che appena un anno prima era nata ingovernabile. Paolo Gentiloni gli succede, col suo stile misurato e consapevole, mentre il Parlamento è (in diversi sensi) a un passo dal pensionamento, e il dossier delle priorità stringenti non dà spazio ad altro – appunto – che a questi doveri, messi giustamente in primo piano dal presidente Mattarella.

Dal sostegno ai terremotati e alla ricostruzione nel Centro Italia, all’applicazione di una legge di bilancio che contiene finalmente anche un primo pacchetto di misure organiche anti-povertà, ma che è motivo di un duro braccio di ferro con la Ue; dalla patata bollente (economico-finanziaria e morale) del Monte dei Paschi in crisi a una intensa serie di appuntamenti internazionali: ingresso nel Consiglio Onu (gennaio), preparazione dell’eurovertice di Roma (marzo) e della presidenza del G7 di Taormina (maggio). E, da ultimo, ma solo per elencazione, il dovere definitivo della XVII Legislatura: una legge elettorale che restituisca agli elettori il potere di scegliere gli eletti e consenta di rappresentare davvero e secondo giusta proporzione la realtà italiana.

Non onorare questi doveri, soprattutto il primo (i poveri) e l’ultimo (regole del voto a misura di cittadini, non solo di potenti) segnerebbe non solo il fallimento di un governo e di quel che resta della XVII Legislatura, ma la premessa per l’archiviazione ingloriosa – e già rabbiosamente incombente – di un’intera stagione politica.

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