martedì 7 febbraio 2023
In otto anni 300mila tra maestri e prof, quasi uno su tre, sono tornati «sui banchi» per migliorare competenze e capacità didattica Un’iniezione di professionalità. E non solo
Dal 2015, dall’avvio della riforma nota come “Buona scuola”, che ha innovato l’anno di formazione e prova, quasi un terzo degli insegnanti ha seguito programmi di aggiornamento

Dal 2015, dall’avvio della riforma nota come “Buona scuola”, che ha innovato l’anno di formazione e prova, quasi un terzo degli insegnanti ha seguito programmi di aggiornamento - .

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Negli ultimi tempi l’attenzione del legislatore, sul versante scuola, si è concentrata soprattutto sul sistema di reclutamento dei docenti, riformato dalla legge 79 del 2022, e sulla formazione continua degli insegnanti. Per quanto riguarda il primo aspetto, uno dei punti salienti della riforma è l’acquisizione, da parte degli aspiranti docenti, di 60 crediti formativi universitari (Cfu) in conoscenze teorico pratiche professionalizzanti; il secondo versante, quello della formazione del corpo docente, ha invece trovato nuovo slancio a partire dalla legge 107 del 2015, la cosiddetta “Buona scuola”, che ha profondamente innovato l’anno di formazione e prova. Un primo bilancio di questa esperienza, a otto anni dalla sua introduzione, è contenuto nel volume “L’anno di formazione e prova degli insegnanti dal 2015 ad oggi” (Carocci editore, 335 pagine, 38 euro), curato da Maria Chiara Pettenati, dirigente di ricerca dell’Indire, l’Istituto nazionale documentazione, innovazione e ricerca educativa, realtà che insieme all’Invalsi è parte del sistema nazionale di valutazione in materia di istruzione e formazione.

Il rapporto ripercorre i passaggi di quella che è stata definita, dalla stessa curatrice, una «ballata popolare» che ha coinvolto insegnanti di tutto il Paese, circa 300mila negli otto anni considerati, quasi uno su tre di quelli attualmente in cattedra. Un esercito di innovatori che si candida a cambiare la scuola (e la società) agendo dall’interno del sistema di istruzione, ancora troppo spesso bloccato da prassi consolidate, ma non più attuali e da una burocrazia asfissiante, che gli stessi dirigenti scolastici non hanno timore di definire «molesta». Dal 2015, dunque, è in atto il tentativo di operare un profondo cambiamento, facendo leva su questa avanguardia di nuovi docenti, formati e motivati e con una rinnovata consapevolezza del ruolo sociale del proprio lavoro. Insegnanti neo immessi in ruolo ma, spesso, con una lunga esperienza di precariato alle spalle, praticamente coetanei dei colleghi in servizio da più tempo, in grado di portare nella scuola una ventata d’aria fresca, una nuova domanda di formazione finalizzata al miglioramento della loro professionalità.

Dal 2015 ad oggi sono stati 292.440 i docenti neoassunti che hanno svolto l’anno di prova secondo il modello della “Buona scuola”. Per oltre l’80% si tratta di donne, per il 44% con un’età compresa tra i 35 e i 44 anni e rappresentano circa il 30% di tutti gli insegnanti attualmente in servizio in Italia. In prevalenza (60%) lavorano nelle scuole del primo ciclo (primaria e secondaria di primo grado), mentre circa il 30% insegna alla secondaria di secondo grado e un restante 20% circa alla scuola dell’infanzia (in crescita nell’ultimo quinquennio). Questo nuovo contingente di insegnanti è stato coinvolto nell’anno di formazione che, tra le caratteristiche principali, ha la sottoscrizione di un Patto formativo tra il docente in formazione e la comunità educante in cui si inserisce, un «ruolo incisivo» del dirigente scolastico chiamato a valutarlo e la figura del docente “tutor”, un collega esperto che affianca l’aspirante insegnante nell’anno di prova.

Al centro di questo percorso c’è la costruzione del Curriculum formativo, per favorire la «costruzione dell’identità professionale del docente», chiamato a «crescere attraverso la riflessività». « Da dove vengo come insegnante?», «Dove sono e come agisco ora?», «Come voglio diventare nella mia professione futura?», sono, allora, le domande che gli aspirati docenti sono stimolati a porsi, per arrivare a una nuova consapevolezza del proprio ruolo e della propria funzione nella società. Una riflessione che, in seguito, potranno portare nella scuola dove insegneranno, “contaminando” in positivo i colleghi. «In questo giocherà un ruolo chiave l’intraprendenza del legislatore nell’articolare il nuovo sistema di formazione continua incentivata – spiega Maria Chiara Pettenati nell’introduzione – ma è certamente da qui che il nostro Paese deve passare se vuole procedere spedito verso il perseguimento del Goal-4 dell’Agenda 2030 “Assicurare un’istruzione di qualità equa ed inclusiva e promuovere opportunità di apprendimento permanente per tutti”».

Ai nuovi 300mila insegnanti, insomma, si chiede di portare nella scuola « vivacità e nuove idee», contribuendo a far sedimentare la «cultura dell’apprendimento adulto permanente», azione strategica messa in campo dal Ministero dell’Istruzione. « È evidente – si spiega nella ricerca dell’Indire – come questa azione, consolidata ormai da diversi anni, abbia un impatto non solo sul sistema d’istruzione ma anche su tutto il Paese. Investire nel capitale professionale e culturale della scuola, rappresenta infatti un fattore fondamentale nel continuo miglioramento delle metodologie didattiche, delle conoscenze e delle competenze trasversali dei nostri insegnanti con l’obiettivo di avere ricadute certe sulla crescita dei nostri ragazzi, preparandoli ai lavori del futuro, in un contesto di società che è in continua evoluzione e sempre più globale».

La formazione non arricchisce soltanto il docente neoassunto, insomma, ma anche la comunità scolastica nel suo insieme. « L’auspicio – spiegano gli esperti dell'Indire – è che continui ad essere anche un momento di formazione continua». Su quali argomenti e con quali contenuti, sono gli stessi insegnanti a suggerirlo, elencando una serie di “bisogni formativi”. Al primo posto ci sono le “metodologie didattiche innovative” capaci di appassionare gli studenti rendendoli davvero protagonisti del processo di apprendimento, ma anche “l’inclusione e i bisogni formativi speciali degli alunni”.

Dopo l’esperienza della pandemia e della Didattica a distanza, i nuovi docenti chiedono di essere formati nelle “competenze digitali”, ma anche nei “bisogni legati alla relazione” (con gli studenti, i colleghi, i genitori….), anch’essa segnata in profondità da due anni di lezioni online. L’interesse dei docenti si rivolge in particolare a quelle opportunità di formazione che sembrano finalizzate al miglioramento della propria professionalità all’interno della scuola. Meno frequentati, invece, i temi che fanno riferimento al mondo esterno rispetto alla realtà scolastica (ad eccezione della relazione con i genitori) soprattutto per quanto riguarda la scuola per l’infanzia e la primaria. Anche gli aspetti della professione che hanno a che vedere con il contesto socio-economico – è spiegato nel rapporto – come ad esempio il tema della dispersione scolastica «non sembrano catturare particolarmente l’interesse dei docenti».

Un punto, quest’ultimo, su cui l’intero sistema si dovrebbe interrogare, alla luce dei dati che dicono come, in Italia, vivano un milione e 382mila minori in povertà assoluta, la dispersione scolastica sia al 12,7% e i giovani tra i 15 e i 29 anni senza scuola, formazione o lavoro rappresentino il 23,1% del totale, più che in ogni altro Paese europeo. Per migliorare queste “classifiche” è, dunque, quanto mai necessaria una nuova generazione di insegnanti appassionati e contenti del proprio lavoro.

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