sabato 2 dicembre 2017

Gentile direttore,


a guardare nei giorni scorsi i titoli delle versioni online di certi giornali, sembrerebbe che il Papa abbia aperto in qualche modo all’eutanasia. Niente di più falso, basterebbe riascoltare quanto papa Bergoglio ha più volte detto su questo fronte. Il Papa non è diventato Radicale. Stavolta nessuna svolta. Sull’accanimento terapeutico rileggersi Benedetto XVI. Il Papa dice no all’accanimento terapeutico e subito compaiono titoloni a segnalare la svolta, la rivoluzione. Il tutto corredato dalle consuete analisi dei dotti esperti a spiegare che papa Francesco apre la Chiesa al mondo e alla Chiesa stessa chiede più "saggezza" (così i vari dotti esperti). Peccato però che nel discorso di papa Bergoglio alla Pontificia accademia per la vita non vi sia alcuna svolta, ma solo la riproposizione della dottrina della Chiesa così com’è sempre stata. Nel 2008 Benedetto XVI diceva, infatti, che «la ricerca medica si trova di fronte a scelte difficili, ma serve un giusto equilibrio tra insistenza e desistenza». Qualche decennio prima, Pio XII (correva l’anno 1957) osservava che «adottare le cure necessarie per conservare la vita e la salute non obbliga, generalmente, che l’impiego dei mezzi ordinari (secondo le circostanze di persone, di luoghi, di tempo e di cultura), ossia di quei mezzi che non impongono un onere straordinario per se stessi e per gli altri». Ancora una volta, ogni virgola del pensiero di Bergoglio, quando apparentemente in linea con il pensiero alla moda , viene esaltata quasi come fosse una picconata alla Chiesa polverosa e chiusa in se stessa. Quando però lo stesso Papa si esprime contro «la cosiddetta teoria del gender», definendola «una guerra mondiale contro il matrimonio» e ritenendola «espressione di una frustrazione e di una rassegnazione», la "svolta" finisce in mezzo trafiletto non degno di nota.
Celso Vassalini, Brescia


Lei ha ragione, gentile signor Vassalini, ma non del tutto. Le "svolte" maturano e si realizzano in diversi modi, anche con un più efficace modo di comunicare. In questo caso di comunicare una saggezza figlia dell’incontro tra fede e ragione. Una saggezza che è antica eppure viene continuamente temprata nell’attualità. È grazie a essa che la Chiesa dice un grande "sì" alla vita e alla buona scienza medica che si articola in "no" altrettanto chiari: no all’eutanasia, no alla diseguaglianza terapeutica (le cure garantite solo ai ricchi o ai nati in alcune porzioni di mondo), no all’abbandono terapeutico, no all’accanimento terapeutico soprattutto nel tempo delle vertiginose possibilità offerte da una tecnoscienza non sempre responsabile e purtroppo anche pericolosamente piegata al post-umano. E io vedo che dicendo quel "sì" (e quei "no") con grande chiarezza e con accenti ben posti il Papa ha provocato anche stavolta una "svolta". Perché ha sgominato certe frequenti presentazioni caricaturali della visione della Chiesa sul valore e sulla dignità della vita umana, sulla libertà e sul senso della cura da garantire in modo ben proporzionato a ciascuna persona in ogni fase dell’esistenza e soprattutto nelle condizioni di maggiore debolezza e fragilità fisica o psichica. Per questo a più d’un politico, a diversi cronisti e a qualche opinionista, è parso necessario gridare e applaudire alla "rivoluzione" per giustificare tutto ciò che, sbagliando e a volte mistificando, avevano invece continuato a raccontare di noi cattolici, della visione antropologica e morale che abbiamo cara, del rapporto con la scienza che concepiamo, della tensione alla libertà responsabile che coltiviamo, persino dell’amore per tutto ciò che è umano che nutriamo (Paolo VI ci ha insegnato, per quanto mi riguarda una volta per tutte, che «possiamo dire con l’antico Terenzio: "homo sum: humani nihil a me alienum puto"»)…
Chi segue il nostro lavoro sulle pagine di "Avvenire", sa che la resistenza attiva alle derive della disumanità ci impegna e ci appassiona da anni e che i miei colleghi e io la conduciamo, affrontando con rispetto anche ogni sensata riflessione sul fine vita ma contestando laicamente, e perciò mai con argomenti proposti dogmaticamente, le tesi e gli atti dei profeti di una libertà ridotta a sinonimo di morte, quegli stessi che a volte arrivano assurdamente a dipingere i cattolici come fautori di una vita artificiale inflitta a persone impotenti e incatenate a "macchine" che ne perpetuano le sofferenze… Tutto ciò sarebbe ridicolo, se non fosse tragico. No, non possiamo consegnarci (magari anche rendendoci complici dell’operazione) all’amara e crudele maschera che ci si vorrebbe imporre né inchinarci e rassegnarci ai più rischiosi artifici e alle spregiudicate manipolazioni del corpo umano che gli sviluppi tecnologici propongono. La verità, gentile e caro amico, è più forte delle malizie eutanasiche e di ogni altro errore: a noi, come a ogni uomo e donna di buona volontà e retta coscienza, preme semplicemente eppure massimamente una medicina al servizio della vita e il vero rispetto delle persone.


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