sabato 30 settembre 2017

Gentile direttore,
nel Canton Ticino, grazie a un referendum popolare promosso da un imprenditore italiano, gli studenti delle medie e delle superiori dovranno studiare Educazione civica come materia separata da storia. Forse sarebbe il caso di reintrodurre tale materia anche nell’ordinamento scolastico italiano.
Antonio Bovenzi


La novità sull’insegnamento dell’Educazione civica decisa nella vicina Svizzera italiana nasce con motivazioni non del tutto limpide, cioè con intenzioni polemiche con i non-svizzeri di origine, ma può accadere che persino gli umani legislatori – in Canton Ticino e altrove – riescano a scrivere diritto su righe (pensate) storte. E questo, gentile signor Bovenzi, potrebbe essere appunto il caso. Un po’ come quando in Italia, in Veneto, un sindaco incline alla xenofobia decise di battersi perché in nessun condominio della sua città ci fosse più di un terzo di inquilini di origine straniera. Un modo, evidentemente non voluto, per contrastare la costruzione di ghetti etnici e per favorire l’incontro (non necessariamente facile), la conoscenza reciproci, la condivisione di regole comuni.
Ma torno al punto. Qui ad "Avvenire", da anni ormai, siamo tra quanti auspicano il ripristino, ma vero e finalmente convinto, dell’insegnamento dell’Educazione civica nella scuola italiana.
Anche io personalmente mi sono speso per questo, e sono grato al professor Luciano Corradini, illustre pedagogista e già presidente del Consiglio superiore della Pubblica istruzione, che più di tutti lo ha fatto e lo fa. Certo, ho pure piena consapevolezza dell’obiezione, a tutt’oggi vincente, di chi ritiene che l’Educazione civica debba essere usata come una sorta di "lievito" nell’impasto dei "pani" di altri fondamentali insegnamenti. Il problema è che questo non avviene abbastanza, non avviene sempre, anzi – a essere onesti – avviene in modo episodico, intermittente, appena formale... è un problema serio.
Sia chiaro, so che ci sono delle buone pratiche scolastiche, così come so che non è solo la scuola – ci sono prima di tutto la famiglia e, insieme, parrocchie e oratori, luoghi associativi, strutture di volontariato... – che può e deve contribuire alla consapevolezza umana e civica dei nostri figli (e, attraverso loro, alimentare la nostra di adulti), ma vedo troppi vuoti, più di una grave noncuranza, la tendenza a dare per scontato ciò che scontato non è del tutto: la pacifica condivisione dell’alfabeto fondamentale della comune cittadinanza. E non mi rassegno, da cittadino e da cristiano.
Faccio parte di quella generazione che è nata "vicino alla Costituzione" (personalmente dieci anni dopo la sua entrata in vigore, nel 1948) e formata – anche con qualche retorica, ma soprattutto con speranza e passione – a conoscersi e riconoscersi con naturalezza e voglia di cambiamento in quell’orizzonte valoriale e civile, costruito assieme da uomini e donne di ispirazioni ideali diverse ma capaci di unità sui "fondamenti", e che ha nel personalismo cristiano una radice potente. Un orizzonte che ha dato senso alla ricostruzione morale e materiale e all’impetuoso sviluppo del nostro Paese – e all’ideazione e costruzione di un’altra Europa – dopo il fascismo e la fine della lunga guerra che tra il 1914 e il 1945, aveva insanguinato il cuore del Novecento.
Per questo non riesco a rassegnarmi a una vasta smemoratezza e a una purtroppo crescente ignoranza. E credo che un insegnamento proprio di Educazione civica – che non sia ridotto a "foglia di fico" e sia davvero "lievito" anche in altre materie – possa essere uno strumento davvero utile. Soprattutto in questo tempo in cui – lo ripeto da sostenitore, quale sono, dello ius culturae in tema di cittadinanza – le nostre scuole sono il luogo dove cresce una generazione di italiani che hanno anche origini straniere.


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