sabato 26 agosto 2017
Messaggio alla Casa Bianca dopo i colloqui di Camp David del 1978: «Ardente desiderio che il risultato ottenuto possa costituire un passo per la definizione del problema in Medio Oriente»
Papa Giovanni Paolo I, Albino Luciani (Foto Osservatore Romano)

Papa Giovanni Paolo I, Albino Luciani (Foto Osservatore Romano)

«Mi spiego. Al Concilio io c’ero e ho firmato nel ’62 il messaggio dei Padri al Mondo... Ho firmato anche la Gaudium et Spes. Quando Paolo VI ha fatto uscire la Populorum Progressio mi sono commosso, entusiasmato, ho parlato, ho scritto. Anche oggi sono davvero persuaso che non si farà mai abbastanza dalla gerarchia, dal Magistero, per insistere, per raccomandare il dialogo sereno e costruttivo, i grandi problemi della libertà, della promozione dello sviluppo, del progresso sociale, della giustizia e della pace; e i laici mai abbastanza si impegneranno a risolvere questi problemi. Soprattutto parlo di laici cattolici».

È trascorso quasi un mese dalla sua elezione alla Cattedra di Pietro, in quel 26 agosto del 1978, e Papa Luciani, nel corso dell’udienza sulla speranza, pronuncia queste parole riportate qui nella loro trascrizione dall’originale. E l’affermazione che segue, omessa nelle edizioni ufficiali, seppure immediatamente ribattuta dalle cancellerie, conduce ancora dritti a quegli impegni elencati che tessono e cifrano il suo breve pontificato, in particolare sul fronte della ricerca della pace: «In questi momenti ci viene un esempio da Camp David. Ieri l’altro il Congresso americano è scoppiato in un applauso che abbiamo sentito anche noi quando Carter ha citato le parole di Gesù: 'Beati i facitori di pace'. Io veramente mi auguro che quell’applauso e quelle parole entrino nel cuore di tutti i cristiani, specialmente di noi cattolici e ci rendano veramente operatori e facitori di pace».

Del resto proprio il favorire la riconciliazione e la fratellanza tra i popoli, invitando alla collaborazione, per «l’edificazione, l’incremento tanto vulnerabile della pace nel mondo turbato» e arginare i nazionalismi e all’interno delle nazioni «la violenza che solo distrugge e che semina solo macerie» è – insieme all’impegno ecumenico e interreligioso – posto a priorità nel discorso programmatico da Giovanni Paolo I. Sono punti che ritornano con chiarezza anche nell’allocuzione al corpo diplomatico tenuta il 31 agosto nel quale Luciani, affrancandosi da presunzioni di protagonismo geopolitico, definisce la natura e la peculiarità dell’azione diplomatica della Santa Sede che sgorga da uno sguardo di fede e sulla scia «della Costituzione conciliare Gaudium et spes come in tanti messaggi del compianto Paolo VI», si muove nel solco della grande diplomazia che tanti frutti ha dato alla Chiesa alimentandosi con la carità.

Così anche il 4 settembre ricevendo gli oltre cento rappresentati di missioni internazionali sottolinea come «il nostro cuore è aperto a tutti i popoli, a tutte le culture e a tutte le razze», affermando: «Non abbiamo, certo, soluzioni miracolistiche per i grandi problemi mondiali, possiamo tuttavia dare qualcosa di molto prezioso: uno spirito che aiuti a sciogliere questi problemi e li collochi nella dimensione essenziale, quella dell’apertura ai valori della carità universale... perché la Chiesa umile messaggera del Vangelo a tutti i popoli della terra, possa contribuire a creare un clima di giustizia, fratellanza, solidarietà e di speranza senza la quale il mondo non può vivere».

L'attività di promozione della pace nel breve pontificato si concretò in due circostanze. Innanzitutto, nella lettera del 20 settembre indirizzata ai vescovi delle Conferenze episcopali dell’Argentina e del Cile, quando lo scontro armato tra i due Paesi, per la controversia di confine sorta in merito alla sovranità sulle isole nel canale di Beagle, sembrava imminente e fu evitato grazie alla mediazione della Santa Sede. Ma certamente il tema internazionale che fa da filo conduttore a tutto il pontificato è l’appoggio ai colloqui di pace che dal 5 al 17 settembre impegnarono a Camp David il presidente americano Jimmy Carter, il presidente egiziano Anwar el Sadat e il premier israeliano Menachem Begin. Già nella prima udienza generale del 6 settembre sull’umiltà, il Papa aveva interpellato i presenti «per una intenzione che mi sta molto a cuore... Queste conversazioni spianino la via ad una pace giusta e completa».

Giusta – aveva significativamente affermato – cioè con soddisfazione di tutte le parti in conflitto. Completa, «senza lasciare irrisolta alcuna questione: il problema dei palestinesi, la sicurezza di Israele, la città santa di Gerusalemme» L’appoggio al summit venne immediatamente ripreso dalla diplomazia americana e interpretato alla luce del precedente incontro del Papa con il vicepresidente W.J. Mondale, come attestano le note riservate del Dipartimento di Stato Americano, pervenuteci.

È tuttavia il 10 settembre che Luciani parla distesamente del summit dedicando per la sua riuscita l’Angelus domenicale (quello noto nel quale afferma «Dio è Padre più ancora è madre») nel quale evidenzia come i tre presidenti – Carter, Sadat e Begin – avessero pregato per la riuscita dei colloqui: «Io sono stato molto ben impressionato dal fatto che i tre presidenti abbiano voluto pubblicamente esprimere la loro speranza nel Signore con la preghiera». I tre leader avevano espressamente richiesto ai popoli di pregare con loro «affinché pace e giustizia escano da queste deliberazioni».

Di quest’intervento prima dell’Angelus si hanno ben due minute autografe stese da Giovanni Paolo I sull’agenda personale e che attestano tra l’altro la cura con la quale egli era solito preparare anche ogni suo intervento pronunciato a braccio. L’endorsement del Papa viene nuovamente ribattuto nei canali delle diplomazie. Pochi giorni dopo, il 17 settembre, trascorsi tredici giorni di negoziazioni intense e a tratti drammatiche, che avevano più volte dato l’impressione di non risolversi positivamente, il summit giungeva a conclusione con la firma a Washington di un Quadro per la pace nel Medio Oriente e di un Quadro per la conclusione di un trattato di pace tra Egitto e Israele. Il 18 settembre il presidente Carter scrive al Papa per informarlo dei risultati conseguiti dichiarando di aver ricevuto «great inspiration from your prayers for the Camp David summit and for peace in the Middle East», come documenta la nota segreta del Dipartimento di Stato Americano.

E il 21 settembre è Luciani a scrivere personalmente al presidente Carter. Il testo inedito della lettera firmato in calce – riportato nella nota confidenziale dell’Ambasciata americana a Roma alla Segreteria di Stato degli Usa – è il seguente: «Le siamo profondamente grati per il Suo cortese messaggio, nel quale Lei gentilmente e con sollecitudine ci ha informati dei risultati ottenuti al summit di Camp David. Abbiamo preso atto con attenzione dei punti di convergenza raggiunti nel colloquio, come Lei ci ha indicato in dettaglio, che riguardano sia il complessivo piano di pace per il Medio Oriente sia il futuro trattato di pace tra Egitto e Israele. Notando con piacere l’intenso ed efficace lavoro che ha portato a compimento nella difficile ricerca di un accordo a Camp David, desideriamo esprimere il Nostro ardente desiderio che il risultato ottenuto possa effettivamente costituire un passo importate sulla via di una definitiva soluzione del problema del Medio Oriente e della piena riconciliazione dei popoli che tanto hanno sofferto per il triste e prolungato conflitto».

«Sia certo – concludeva Giovanni Paolo I – che la Santa Sede continuerà, come per il passato, a seguire con profondo interesse gli sforzi per il raggiungimento di questo obiettivo. È pronta a collaborare con ogni possibile mezzo compatibile con la sua attività. Allo stesso modo, continueremo ad elevare le Nostre preghiere per quel percorso che è così necessario per gli Stati del Medio Oriente e del mondo intero».

Giusto un anno fa il Segretario di Stato Pietro Parolin – nell’intervista rilasciata ad Avvenire in occasione dell’elezione al Soglio di Pietro del suo conterraneo – ripercorrendo le strade percorse da Luciani sulle dorsali del Concilio nella fedeltà al Vangelo, si soffermava in particolare sull’opera di dialogo internazionale, ecumenico e interreligioso condotto con perseveranza e intessuto con determinazione nel suo breve pontificato svoltosi all’insegna della ricerca della giustizia e della pace. «Penso al suo appello all’Angelus del 10 settembre in favore della pace in Medio Oriente, nel quale chiamava alla preghiera i presidenti di fedi diverse. La sua figura e il suo messaggio – sottolineava il Segretario di Stato – sono straordinariamente attuali».

Un’attualità che si riflette sintonicamente anche negli indirizzi diplomatici odierni della Santa Sede e che è destinata a farsi ora ancora più stringente. Di Giovanni Paolo I – avviato ormai da tempo agli onori degli altari e per il quale il 17 ottobre dell’anno passato abbiamo consegnato la Positio super virtutibus presso la Congregazione delle cause dei Santi determinando così l’iter giudiziale conclusivo della Causa di canonizzazione – presto saranno proclamate le virtù eroiche. Il 1° giugno scorso il congresso dei teologi ha già espresso in merito voto positivo. Resta ora quello dei vescovi e cardinali previsto entro la fine dell’anno. *Vicepostulatore della Causa di canonizzazione di Giovanni Paolo I

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