giovedì 14 agosto 2014
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Se mi chiedete chi fu don Pierino, non ho risposte: di fronte alla morte solo il silenzio diventa messaggio che ciascuno esprime nel profondo. Io, prete, non sono uno spigolatore della perfezione umana, ma un realista e ho una certezza: ogni uomo è debole. Voglio perciò parlare di lui, dialogando con i tanti giovani che hanno trovato la forza di rialzarsi, di liberarsi dalla morte. La droga è morte, anche se ce ne siamo dimenticati. Sono veramente tanti quelli che vivono e hanno una famiglie dei figli perché furono accolti nella casa di don Pierino. Volle chiamarla «Comunità Incontro». Incontro con chi? Con le persone sole, disperate, attanagliate da una sostanza-veleno. Il Vangelo afferma che è dall’albero buono che si hanno frutti buoni. E se l’albero ha prodotto tanto bene, fondamentalmente doveva essere sano. Non mi si accusi d’infantilismo per questa affermazione. Vorrei grattare via dall’immagine di un uomo-prete la pesante ed esclusiva pece del male appiccicatagli in questi ultimi anni. Certamente don Pierino non era privo di limiti e di debolezze. E noi cristiani sappiamo che ogni giorno bisogna sapersi esaminare, chiedendo perdono agli altri e a Dio. Non voglio ergermi a difensore di un confratello, ma – per la schiettezza che m’impone la coscienza – testimoniare quanto sia difficile vivere, aiutare, accogliere chi è compromesso psicologicamente da una sostanza stupefacente. Se il tossicodipendente ti vuole colpire inventa, ti denuncia, ti fa del male. Dopo 33 anni che vivo con i tossicodipendenti, so come alcuni di loro ti possano far soffrire. Certamente, occorre tanta prudenza, fare in modo che i colloqui avvengano alla luce del sole, non lasciarsi accalappiare da manierismi o atteggiamenti istrionici. Mi sento quindi di dire – ora che Pierino non c’è più – che dentro noi stessi non dobbiamo condannare questo prete con immagini e giudizi che la stessa magistratura potrà esaminare, tenendo presente la parte emotiva, espansiva e, oserei dire – senza essere frainteso –, passionale della sua personalità. Gelmini era così: una presenza carismatica nella sua comunità proprio per la 'passione', che prima di tutto è stata condivisione della sofferenza. Non ha avvertito i rischi di questa immedesimazione nel disagio? Può darsi. Dopo essere stato inquisito, ha chiesto al Papa di essere sospeso nell’esercizio sacerdotale, di assumere le sue responsabilità giudiziarie come laico per non compromettere la Chiesa. Anche questo gesto forte e responsabile è stato letto da molti come un’ammissione di reati a danno dei ragazzi della comunità. Come è facile fare di ogni erba un fascio! Fa rumore il male, il bene viene ignorato, taciuto. Non è mia intenzione santificare questo prete degli emarginati, ma solo far capire quanto ha pagato e sofferto. La storia è saggia e, prima o poi, dirà chi è stato Pierino Gelmini, se merita l’inferno, come qualcuno dice, o il paradiso. Io mi limito a capire la sofferenza che ha attanagliato la sua anima in questi ultimi anni di vita. Lasciate, quindi, che a un uomo che porta con sé nella tomba le sue qualità e i suoi limiti possa dire con Jim Morrison: «Grida forte il tuo dolore, urlalo con tutta la forza che hai, dillo al mare, al vento, al sole che tramonta, ordina alle stelle di piangere con te, gridalo nel silenzio profumato delle sere d’autunno, piangi fino a rimanere esausto con le guance umide e il respiro affannoso, gridalo fino a svegliare la notte; poi quando non avrai più forza di gridare ascolta la voce del tuo cuore che dice: non c’è notte così nera che impedisca al sole di sorgere ancora...». Grazie don Pierino, perché ci lasci soprattutto il bene che hai fatto come dono. E che continua. Il Signore, giudice misericordioso, ti accolga tra le sue braccia.
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