È la sua stessa vita l'ultimo scalzo dono d'una madre afghana in fuga
giovedì 6 gennaio 2022

Anche lei, come la Befana, coperta di stracci. Anche lei, vestita a strati pesanti, una maglia sopra l’altra. Anche lei, un cappuccio scuro sulla testa. Ma le calze, quelle, non le ha. La donna senza nome, che giace assiderata sulla neve in un angolo remoto tra Turchia e Iran, pietosamente ricoperta da un povero stuoino a fiori, ha due sacchetti di plastica ai piedi. Lo abbiamo scritto in queste pagine martedì 4 gennaio, abbiamo pubblicato l’immagine di lei riversa sulla neve, come accarezzata dai fiocchi bianchi, perché questa storia di fuga, di morte e di sacrificio non rimanesse invisibile al cuore e agli occhi.

La donna migrante morta assiderata al confine tra Turchia e Iran

La donna migrante morta assiderata al confine tra Turchia e Iran - Demokrat.tv

Le scarne cronache raccontano di una donna afghana che come altri 4mila connazionali al giorno oltrepassano il confine con l’Iran per sfuggire alle regole oppressive dell’Emirato taleban e alla carestia che ormai ha invaso il Paese. La donna senza nome ha due figli bambini, li porta con sé, si avvicina al confine turco ma una tormenta di neve la sorprende. Fa freddo e – raccontano le poche televisioni e giornali turchi che si sono occupati di lei – decide di cedere le sue calze ai figli, perché le indossino come guanti e, almeno loro, si proteggano dai geloni. Infine qualcuno si accorge della famigliola in fuga, persa nella tormenta di neve mentre sognava di raggiungere la meta (forse un padre già riparato in Europa?) dopo un viaggio di 2mila chilometri.

Tardi, per la donna con i piedi scalzi. I soccorritori notano che i due figli hanno le mani avvolte nelle calze della madre. In alcuni frammenti video vediamo i bambini nutriti con cura e attenzione dagli abitanti del vicino villaggio. Una bevanda calda sommini-strata goccia a goccia, una vaschetta di acqua tiepida in cui immergere con mille cautele le piccole dita. Hanno lo sguardo impaurito, perso, si direbbe disperato se non si trattasse di bambini. Le manine sono gonfie e rosse. Ma sono salvi, e piace immaginare che quelle calze donate dalla madre abbiano fatto per loro la differenza tra la vita e la morte. Strana e dolorosa coincidenza, a pensarci. Questa notte la Befana ha portato le calze ai nostri bambini, le ha fatte trovare appese o appoggiate sui tavoli delle nostre case. Altre Befane entreranno in queste ore nei reparti degli ospedali pediatrici per confortare i piccoli ricoverati.

Altre ancora sfileranno nelle piazze dei nostri paesi, in una tradizione ancora così viva e amata. Regalano calze piene di dolci e, si spera, visto i tempi già abbastanza amari, scarse di carbone. Le calze della Befana donate ai nostri bambini. Le calze della fuggiasca senza nome donate ai propri figli perché, almeno loro, si salvassero dal gelo. Un estremo sacrificio, un gesto d’amore assoluto, quello naturale della madri che da sempre donano vita.

A noi non resta che lasciarci toccare da questa straziante assonanza. E pregare con le parole che papa Francesco ci ha consegnato per questo 2022: «San Giuseppe, tu che hai sperimentato la sofferenza di chi deve fuggire, tu che sei stato costretto a fuggire per salvare la vita alle persone più care, proteggi tutti coloro che fuggono a causa della guerra, dell’odio, della fame. Sostienili nelle loro difficoltà, rafforzali nella speranza e fa’ che incontrino accoglienza e solidarietà. Guida i loro passi e apri i cuori di coloro che possono aiutarli. Amen». E fa’ che nelle nostre calze, da adulti, troviamo la capacità di amare di quella madre sconosciuta e la tenerezza di sentire figli nostri quei piccoli dalle mani gelate.

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