domenica 5 novembre 2017
L’approvazione del Bilancio dello Stato scatena ogni anno nei Palazzi della politica e presso l’opinione pubblica accesi dibattiti sull’allocazione delle risorse pubbliche
La strana scelta: su le spese militari

L’approvazione del Bilancio dello Stato scatena ogni anno nei Palazzi della politica e presso l’opinione pubblica accesi dibattiti sull’allocazione delle risorse pubbliche. Così anche in occasione della Manovra per il 2018. Con le decisioni di bilancio, infatti, si rende concreta e tangibile l’idea di comunità che una leadership politica ha in mente: tra gli elementi maggiormente rilevanti – 'strategici', verrebbe da dire – ci sono sicuramente le spese militari. Iniziamo dai nudi numeri nelle proposte del Governo (che ancora devono essere vagliate dal Parlamento). Il puro budget del ministero della Difesa passa in un anno da 20,3 miliardi a quasi 21 miliardi (+3,4%) rafforzando la recente tendenza di crescita (+8% rispetto al 2015). In particolare, crescono del 10% i fondi ministeriali per l’acquisto (e manutenzione) di nuovi armamenti mentre diminuiscono del 5% i capitoli per la sicurezza interna garantita dall’Arma dei Carabinieri.

Ma non c’è solo il bilancio della Difesa: le spese militari si compongono anche di spese sostenute da altri ministeri ed enti pubblici: dai 3,5 miliardi (+5% sul 2017) del ministero dello Sviluppo Economico per nuovi armamenti ai circa 1,3 miliardi per le missioni militari all’estero (fondo del ministero dell’Economia); dagli oltre 2 miliardi per personale militare a riposo a carico Inps al mezzo miliardo di spese indirette per basi Usa in Italia (più 130 milioni di contributo budget Nato). Sommando tutto, e sottraendo invece la quota dei fondi Difesa destinati alla sicurezza interna, il totale delle spese militari italiane per il 2018 arriva a superare i 25 miliardi di euro: un miliardo in più rispetto al 2017 (+4%) e circa due miliardi in più rispetto al 2015 (+9%). Scelte che avvengono mentre, come denunciano numerose associazioni, il Fondo nazionale per la non autosufficienza per persone con disabilità rimane inchiodato agli usuali livelli (nonostante le recenti leggi sulla 'Vita Indipendente' e sul 'dopo di noi') e il Servizio Civile Nazionale con 180 milioni stanziati è ai minimi da tre anni a questa parte, pur in attesa delle risorse aggiuntive che in questi ultimi anni hanno poi quantomeno rimpinguato le magre casse di questo importante istituto di servizio e partecipazione civile.

Senza dimenticare il dibattito sulle poche risorse destinate alla famiglia: anche quelle meno strutturali, come il 'bonus bebé', fanno fatica a vedere la luce. Difficolta che sembrano al contrario non esistere per i fondi destinati a nuovi aerei e navi militari (tra cui una nuova portaerei) o a nuovi carri armati e blindati. Notizie che fanno felice soprattutto il complesso militare-industriale, anche italiano, favorito da acquisti sovradimensionati utili poi (lo si legge nero su bianco in diversi documenti governativi) a configurare vantaggio competitivo per successive esportazioni. Vendite che, come ci dicono le cronache, andranno anche ad alimentare conflitti e tensioni in giro per il mondo: se riempire gli arsenali è già problematico perché sottrae risorse ad altri investimenti ancora più pericoloso è il loro svuotamento, che significa guerra (cioè sempre una «inutile strage»).

Prescindendo per un momento dalle scelte di dettaglio, e anche da un orizzonte completamente disarmista, la sensazione è quella di una 'doppia velocità' nel dare via libera alle spese militari rispetto a quelle sociali. Intendiamoci: non tutti i problemi del nostro Paese si possono risolvere con semplice spostamento di fondi; non è possibile pensarlo né in termini quantitativi, né qualitativi. Ma alcuni, importanti passi si potrebbero fare da subito. E fa male verificare al contrario che non si hanno tentennamenti - anzi, si propongono continui aumenti - sulle spese militari, soprattutto quelle per nuovi sistemi d’arma, mentre importanti capitoli sociali devono sempre 'lottare' per mantenere le proprie minime dotazioni.

Come se un carro armato fosse sempre e comunque più importante del trasporto locale. O una nave militare più rilevante dei fondi per la famiglia e le persone disabili. O un cacciabombardiere più necessario di un Canadair. Non capendo che la 'difesa' vera di questo Paese, e cioè quella che si deve occupare della vita e della dignità dei suoi cittadini, si realizza maggiormente con fondi indirizzati su scelte del secondo tipo, non del primo. *Coordinatore Rete italiana per il Disarmo

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