La resistenza di Patrick Zaki
venerdì 10 dicembre 2021

Definiscono «terribile» il carcere egiziano di Tora, dov’era detenuto Patrick Zaki. Però Patrick ne è uscito abbastanza vivo e vitale: saluta tutti, abbraccia tutti, parla con gioia. Che cosa lo ha protetto e salvato in tutti questi giorni in cui era dentro? Lui risponde con prontezza: «I libri, la scrittura». Poter leggere e poter scrivere. Lo ha salvato la scrittura, degli altri e la sua.

La più grande rabbia, nel vedersi imprigionato ingiustamente, era, lo dice adesso, non poter sfogare la rabbia. Non poter protestare, rimproverare, accusare. Il dover subire e basta. Ma se era così nei rapporti palesi, da detenuto con le guardie, non era più così nei rapporti segreti, quand’era solo, quando poteva scrivere non-visto, una parola, una riga, quella parola e quella riga che contenevano un concetto-chiave, che non voleva più dimenticare, e che solo in prigione, in una detenzione violenta e iniqua, vengono in mente.

Se ci sono dei libri che ti fanno capire una situazione nuova, la prigionia politica, vuol dire che quelli sono libri politici. Ma i libri politici non sono proibiti nelle carceri ai detenuti politici? Certo, sono proibiti. E allora che libri aveva a disposizione Patrick, che libri gli permettevano di leggere? Lui fa i nomi di alcuni autori: Camus, Kafka, Arthur Miller. Sembrano autori esistenzialisti, rispetto alla prigionia partitico-politica parlano d’altro. Non sembrano autori strettamente politici. E invece 'sono' politici. Tutti gli autori, letti in prigione, sono autori politici. Tutti i libri. Sono spiegazioni, denunce, condanne. E infatti la direzione del carcere vieta al detenuto l’accesso alla biblioteca. Non occorre che sia stato condannato, basta soltanto che sia in attesa di giudizio. Chi è stato condannato è un nemico dello Stato, chi è in attesa di giudizio è un sospetto nemico dello Stato, e lo Stato gli taglia la strada che potrebbe portarlo a rifornirsi di idee, concetti, pensieri che rafforzerebbero la sua inimicizia. La proibizione di leggere fa parte della condanna al carcere politico. E infatti a Patrick i libri li portavano i famigliari da casa. Come i viveri, i dolci. I cibi affettuosi. Anche gli insulti tra carcerati, se sono affettuosi, sono gradevoli, e per questo c’era un compagno di prigionia che gli amici chiamavano, ridendo, 'mafioso'.

Patrick non dice molto, adesso che può parlarci, sugli appunti che s’annotava in carcere, ma comprendiamo tutti che poter scrivere in segreto in prigione è la salvezza. I carcerieri ti fanno un torto, un sopruso, e te lo fanno per provare due soddisfazioni, la prima: la prevalenza su di te, loro ti hanno in dominio, la seconda: non puoi reagire, né ora né mai. Ma se puoi scrivere...

Se puoi scrivere una riga di nascosto, quella è la tua reazione, è la tua vittoria.La scrittura è un’arma. Se puoi scrivere, sei libero. Per questo tutti quelli che passano per le celle scrivono sui muri. La prima cosa che scrivono è il proprio nome. Sanno che il loro nome verrà letto dal fratello carcerato che verrà dopo di loro, e verrà ricordato. Tutti quelli che scrivono hanno la sensazione di servirsi di una comunicazione che dura più della parola parlata.

Se hai dei manoscritti in casa, i ladri potranno rubarti tutto, ma non devono poterti rubare i manoscritti. Avevo un’amica scrittrice a Roma che viveva da sola, e aveva la paura ossessiva che i ladri entrassero a rubarle i manoscritti, perciò s’era inventata un trucco: quando usciva, riempiva la vasca da bagno di acqua, la intorbidava e ci calava al fondo una scatola di piombo ermetica. Dentro la scatola c’erano i suoi manoscritti. La sua vita. Se un ladro veniva a rubare, mica tuffava le mani nell’acqua sporca del bagno. Perciò lì lei nascondeva il suo bene più prezioso. Il resto non le importava.

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