mercoledì 7 marzo 2018
Il Comune di Danzica si organizza ma il governo ferma gli arrivi
La grande manifestazione nazionalista dell’11 novembre scorso a Varsavia (Ansa)

La grande manifestazione nazionalista dell’11 novembre scorso a Varsavia (Ansa)

Non vuole sentire parlare di xenofobia nella 'sua' Polonia, il signor Majed Tinawi, professionista siriano in pensione che ha lasciato Damasco trentacinque anni fa e che ora vive a Danzica: «Dopo la marcia per l’Indipendenza di novembre a Varsavia, sulla stampa estera non abbiamo sentito la voce delle migliaia di polacchi che sostengono e sono pronti ad accogliere migranti e rifugiati. L’attenzione è andata invece solo alla minoranza dei manifestanti che si è presa tutti i titoli dei giornali», racconta amareggiato, mentre ricordiamo la manifestazione dell’11 novembre, quando in piazza nella capitale c’erano 60mila persone, con l’ultradestra di mezza Europa, Italia compresa, che si è presa la scena a suon di slogan radicali e antimigranti. Recentemente, la stampa internazionale è tornata ad occuparsi della Polonia: questa volta per l’approvazione di una controversa norma che prevede fino a tre anni di carcere per chi definisca 'campi polacchi' i Lager nazisti e per chi faccia riferimento alle complicità con i crimini del Terzo Reich. Si lavora, dunque, per 'ripulire' l’immagine della nazione, cancellando le macchie di ieri e tentando di salvaguardare l’omogeneità della società di oggi, non perdendo l’occasione di sottolineare che i migranti non sono ben accetti.

A Danzica, dove i visitatori arrivano per vedere i luoghi in cui l’orrore della Seconda Guerra Mondiale ha avuto inizio (ma che è anche la città dei cantieri navali e del fermento operaio di Solidarnosc), è in corso un esperimento sociale in controtendenza rispetto a quanto accade in molte altre aree del Paese. Un Consiglio degli immigrati, di cui anche il signor Majed fa parte, è stato istituito nel 2015 dal sindaco Pawel Adamowicz, all’interno di un più ampio Modello di integrazione che prevede gruppi tematici di lavoro su occupazione, casa, salute, istruzione, cultura. Si tratta del primo team interdisciplinare dedicato all’integrazione di rifugiati e cittadini stranieri a nascere in Polonia. Il Consiglio assiste il primo cittadino, fa proposte su diversi aspetti dell’accoglienza. Per saperne di più, incontriamo in municipio Piotr Olech, responsabile per il coordinamento delle politiche sulle migrazioni e l’integrazione. Ci racconta quello che l’amministrazione comunale ha realizzato per i nuovi arrivati, una rete di coordinamento con le Ong locali davvero ben congegnata se non fosse per un particolare non secondario: qui mancano i rifugiati. In questa città di mezzo milione di abitanti sono appena 200, provenienti da Cecenia, Armenia, Georgia, Uzbekistan. Solo una decina i siriani. Sono, invece, circa 15mila i cittadini stranieri che vivono e lavorano a Danzica, venuti da Ucraina, Bielorussia, Russia, Italia, Spagna, Germania, Scandinavia.

«Ospitiamo un numero limitato di rifugiati perché il piano Ue di trasferimento e reinsediamento è fermo in tutta la Polonia», spiega Piotr Olech. «Quando si è cominciato a parlare di programmi di relocation con il governo precedente, la capitale Varsavia e altre grandi città come Cracovia e Danzica si sono dette disponibili all’accoglienza. Eravamo pronti a prendere parte ai programmi. Abbiamo avviato la discussione con l’esecutivo di allora con cui però c’è stato un duro confronto sui finanziamenti: sapevamo che esistevano fondi europei utili, ad esempio, ad assumere nuovi operatori sociali. Ma il governo precedente non era così aperto nel condividere i finanziamenti con le municipalità. Poi, due anni fa, con il cambio dell’esecutivo e l’arrivo al potere del PiS (il partito conservatore 'Diritto e Giustizia', fondato dai gemelli Kaczynski, ndr) è stata chiusa ogni discussione. Il nuovo governo non ha più voluto sentire parlare di relocation».

Da allora nulla è cambiato e, infatti, lo scontro di metà dicembre all’interno del Consiglio europeo si è consumato proprio sulla possibile obbligatorietà delle assegnazioni di rifugiati ai diversi Stati membri, a cui si è opposto il blocco delle nazioni dell’Est Europa di cui la Polonia fa parte. Varsavia non gradisce le nuove quote previste dalla riforma del Regolamento di Dublino né d’altra parte ha mai accettato quelle 'vecchie', decise nel 2015 per ridistribuire i richiedenti asilo arrivati in Italia e soprattutto in Grecia. Alla Polonia toccava accogliere 6.182 persone, nessuna di queste è mai stata reinsediata. Dal punto di vista della nazionalità dei suoi residenti, la Polonia è oggi il Paese più omogeneo dell’Unione europea. Solo lo 0,4% della popolazione proviene da altre nazioni (in Italia è l’8,3%, dati Eurostat). La presenza dei rifugiati è ancora più esigua: 26mila persone alla fine del 2016, compresi i richiedenti asilo. In Germania, nello stesso periodo, erano 1 milione e 270mila, in Francia 368mila e in Italia 247mila (dati Acnur).

Da non molte settimane è giunto un nuovo, pesante richiamo da Bruxelles: la Commissione europea ha deciso per la prima volta di invocare contro uno Stato membro l’articolo 7 dei Trattati sull’Unione e sul funzionamento dell’Ue per verificare se esista «un evidente rischio di grave violazione dei valori» dell’Unione, a seguito della riforma della giustizia polacca. Mentre si apre un nuovo fronte, la controversia precedente sulle quote non è ancora chiusa: tornerà anch’essa all’ordine del giorno nei prossimi mesi, in un Paese dove «l’immagine associata ai rifugiati è pessima, a causa dei politici e dei loro discorsi. Costruire paure e delineare la figura del nemico (rifugiato-terrorista) all’interno della nazione fa parte delle politiche attuali del nostro governo», aggiunge Piotr Olech. Delle controverse scelte di chi governa parla anche Anna Fedas, dell’European Solidarity Center, impegnata nelle attività culturali all’interno del Modello di integrazione municipale: «Quello che abbiamo visto durante la marcia a Varsavia e il fatto che il governo abbia minimizzato l’accaduto rappresentano la premessa alla proliferazione di gruppi xenofobi. Questo esecutivo, ma anche quello precedente, hanno la responsabilità di avere permesso che il fenomeno si allargasse. Altrove in Polonia, come a Danzica, abbiamo invece avuto esempi diversi, manifestazioni pacifiche per l’indipendenza, prova di come alcuni governi locali si siano presi l’onere di gestire la ricorrenza senza lasciarla nelle mani dell’estrema destra».

In un significativo intervento per l’European Council on Foreign Relations di Londra dove è ricercatrice, Joanna Hosa, giovane polacca di Danzica, scrive: «Certo, ogni Paese ha i propri hooligan. Ciò che rende la Polonia diversa è che questi hooligan sono elemento chiave della base politica del governo». Poi ricorda: «Oltre 10 anni fa sono andata all’estero insieme a un’ondata di giovani euro-entusiasti, desiderosi di cogliere le opportunità offerte dall’Ue. La Polonia di oggi sembra razzista, ma questa non è il Paese che conosco io. Cos’è andato storto? Forse si è trasformato troppo velocemente, forse non siamo riusciti a capire quanto fosse conservatore». Con il signor Majed incontriamo un altro membro del Consiglio degli Immigrati, Karel Dolinsky, giovane brasiliano da 6 anni in città. Come gli altri consiglieri, è attivo in campagne di informazione nelle scuole per far conoscere le storie di chi viene da un altro Stato: «Molti polacchi hanno paura di ciò che è diverso da loro, non hanno idea di chi siano migranti e rifugiati e intanto i media nazionali creano un’atmosfera di sospetto attorno agli stranieri. Il nostro è un compito impegnativo: cerchiamo di parlare direttamente ai cittadini per rompere gli stereotipi e, anche se ci vorrà tempo, cambiare le cose».

Sul pc dell’ufficio, Piotr Olech ci mostra come il telegiornale della tv pubblica abbia raccontato l’esperienza del Consiglio degli Immigrati: nel video i fotogrammi dei visi sorridenti dei membri appena nominati nel giorno dell’insediamento sono stati montati in sequenza accanto ad immagini di scontri tra migranti africani, nella periferia di chissà quale città. Un brano musicale dai toni drammatici fa da colonna sonora mentre una voce fuori campo si chiede se il Consiglio voluto dal sindaco non sia una minaccia per la città.

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