Costituzione e «tassa sulla bontà»
giovedì 3 gennaio 2019

Per provare a comprendere un aspetto decisivo del dibattito politico dell’anno che si è appena concluso, occorre guardarlo da un punto di osservazione più alto e più distante dalla bagarre recente; e poi da lì tentare uno sguardo e una valutazione d’insieme. L’incidente del Governo sulla tassazione delle organizzazioni del Terzo settore, non è una questione minore o solo fiscale. La serietà di quella distrazione risalta immediatamente non appena ci domandiamo: come mai i nostri governanti dichiarano di voler aiutare gli italiani poveri, o addirittura di voler sconfiggere la povertà, e poi pensano di complicare la vita a quelle organizzazioni che la povertà vera la combattono e riducono da decenni se non da secoli? Questo (apparente) paradosso si svela se lo collochiamo accanto ad altri interventi e atteggiamenti collegati e coerenti tra di essi – quelli nei confronti delle cooperative e delle Ong (impegnate sulle rotte marine delle migrazioni), o la minaccia di riduzione del finanziamento ai giornali realizzati in cooperativa o da aziende non profit. E scorgiamo subito un tratto comune netto e significativo, che raggiunge anche il modo con cui è stato pensato (finora) il reddito di cittadinanza.

L’Italia e l’Europa hanno risposto alle loro crisi epocali generando, dal basso, realtà associative che curavano le povertà inserendole dentro tessuti sociali e comunitari diversi. Dalle Misericordie nate dalla società toscana nel Duecento, ai Monti di pietà dei Francescani all’alba della modernità, fino al movimento cooperativo, passando per le opere di welfare ante-litteram degli ordini religiosi tra Seicento e Novecento. Il genio italiano ha risposto alle povertà generando società civile organizzata, attivando le persone e i loro i capitali comunitari, relazionali e soprattutto i capitali narrativi (le prime cure di malattie sociali e di emarginazioni iniziavano quando, insieme, eravamo capaci di narrarci altre storie che illuminavano le povertà e spalancavano orizzonti capaci di vedere e aprire un altro cielo).

E lo ha fatto fino a pochi decenni fa, quando siamo stati capaci di rispondere alla crisi dello Stato sociale dando vita a migliaia di cooperative sociali che hanno curato le nostre fragilità mettendo a sistema la vocazione comunitaria del nostro Paese. Ora, nell’età dei social – il cui nome camuffa una radicale deriva individualistica – la politica ha iniziato a pensare di poter servire il Bene comune saltando la mediazione del "civile" per dar vita a un governo dei sondaggi e dei like dei "singoli". Un mondo nuovo, dove però le povertà vere non si vedono, non si capiscono e quindi non si curano. Un grande limite dell’attuale proposta del Reddito di cittadinanza è, infatti, l’assenza della mediazione della società civile. Si vorrebbe eliminare la povertà attivando un rapporto diretto Stato-individuo, mediato soltanto da organismi burocratici statali (i centri per l’impiego). Dimenticando, ancora una volta, che la prima indigenza dei "poveri" è relazionale, è l’assenza di relazioni buone e/o la presenza di relazioni tossiche.

Insieme all’articolo 1 della nostra Costituzione, sta allora entrando profondamente in crisi anche l’articolo 2: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Collegare i diritti inviolabili degli uomini e delle donne alle «formazioni sociali ove si svolge la loro personalità», fu un atto moralmente forte e profetico. L’umanesimo cristiano e laico che generò quella Carta sapeva che senza la mediazione dei corpi intermedi i diritti inviolabili non vengono né riconosciuti né garantiti, perché non c’è uomo più violabile e violato dell’uomo isolato e solo, come l’albero senza bosco quando arrivano le grandi tempeste.

Dietro l’articolo 2 ci sono, invisibili e realissimi, la Bibbia e tutto il Vangelo, molto pensiero greco e romano, Tommaso d’Aquino, Luigi Sturzo, Luigi Luzzatti, Antonio Gramsci, e la distruzione dei corpi intermedi perpetrata dal fascismo. Accanto a quelle parole c’era anche, scritta con inchiostro simpatico, una visione positiva della persona umana, uno sguardo buono e generoso sull’uomo che vedeva l’individuo capace di fiorire in pienezza solo diventando persona (individuo-in-relazione), quindi dentro famiglie, associazioni, partiti, cooperative, comitati editoriali, comunità spirituali e ideali.

C’era l’etica delle virtù, la pietra miliare dell’antropologia occidentale, che vedeva gli esseri umani prima socievoli poi furbi, prima capaci di cooperare poi di evadere, prima buoni poi cattivi. Quando si inverte questo ordine, torniamo all’antropologia del lupo, alla guerra di tutti contro tutti, alla paura e alla rabbia che diventano il collante di individui non persone; e immediatamente iniziamo a guardare il vicino di casa come un evasore potenziale o effettivo, a vedere chi arriva sull’uscio di casa non come una possibile benedizione ma come una sciagura certa. La società civile di oggi non è più quella lasciataci in eredità dal Novecento. È ferita, colpita al cuore dalla globalizzazione, dai nuovi mercati e dai loro princìpi utilitaristici, da una politica che l’ha manipolata e consumata senza rigenerarla.

Ma da essa dobbiamo ripartire per immaginare un Paese migliore, iniziando prima a vederla, poi stimarla e quindi curarne le ferite. Potremo – dobbiamo– riaprire i porti, perché ad accogliere non ci saranno soltanto il Governo, individui o la polizia: ieri e oggi la sola buona e sostenibile accoglienza è quella di comunità, di associazioni, chiese, fatte di persone che possono accogliere chi arriva dal mare perché ogni giorno si allenano nell’arte dell’accoglienza di persone in carne e ossa; perché sono esperti di corpi non di messaggi e di tastiere (e nella vita il corpo dice quasi tutto). Dimenticare e violare l’articolo 2 della Costituzione significa, inoltre, negare altri due princìpi cardini dell’Italia e dell’Europa: il principio personalista e quello di sussidiarietà (che deriva dal primo). Se l’individuo matura diventando persona, per salire (o scendere) bene dal singolo allo Stato occorre necessariamente passare per i corpi intermedi che danno vita, sinfonicamente, alla società civile, attraversare le formazioni sociali - perché è in questi passaggi dove impariamo a praticare la democrazia e la pietas, che è fondamento di ogni convivenza umana.

Col nuovo anno l’aumento di tassazione alle organizzazioni non-profit – quella che il presidente Mattarella ha chiamato «tassa sulla bontà» – sarà corretto. Tutti lo vogliamo. Ma non accontentiamoci di questo emendamento alla Manovra 2019. Infine un augurio per l’anno che inizia. La stragrande maggioranza della società è composta di persone perbene. Magari restano silenziose nel loro posto di lavoro, nelle corsie degli ospedali, qualche volta anche nelle carceri. Non sempre frequentano i social perché frequentano altri luoghi umani. Sono spesso deluse e scoraggiate, ma restano - restiamo - persone per bene. Non dimentichiamolo, e non lo dimentichi chi ci rappresenta e ci governa.

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