venerdì 23 giugno 2017
Emblematico il caso dell'ex città operaia alle porte di Milano: il centrodestra vede l'impresa, mentre la sinistra va alla resistenza
L'uscita degli operai all'epoca della Falck di Sesto San Giovanni (Fotogramma)

L'uscita degli operai all'epoca della Falck di Sesto San Giovanni (Fotogramma)

COMMENTA E CONDIVIDI

Vigilia di elezioni amministrative per 4,3 milioni di italiani che domenica sono chiamati a votare ai ballottaggi, dopo il primo turno dell'11 giugno. Si eleggono i sindaci di 111 Comuni. Emblematico il caso di Sesto San Giovanni, alle porte di Milano, che il centrodestra cercherà di strappare alla sinistra.

Era la città delle fabbriche, dell’industria siderurgica. Con le ciminiere e il loro costante sbuffo di fumi neri che salivano e avanzavano nelle nebbie bianche. Fin quasi ad avvolgere le guglie del Duomo di Milano. La città degli operai, delle tute blu in bicicletta. Tutti d’un pezzo nelle dure lotte sindacali degli anni Settanta e Ottanta e le bandiere rosse che garrivano e incrinavano la rigidità imprenditoriale dei capitani d’industria di Breda, Falck, Pirelli, Ercole Marelli, Garelli, Osva, Sapsa. La città dove le valigie di cartone che sapevano di pane fresco e formaggio, legate con lo spago, concludevano il loro viaggio della speranza. E non tutte venivano dal lontano tacco dell’Italia povera e arretrata. Perché alla fatica di una schiena piegata nel lavoro delle campagne della pianura Padana o Veneta, si era capito che era meglio la fabbrica. Lo stipendio sicuro alla fine del mese e la domenica tutti con la camicia bianca.

Da quel borgo di ville e corti coloniche, agricoltura, bachicoltura e filande, a un tiro di schioppo dalle mura spagnole meneghine, che a metà Ottocento era proprietà di una trentina di famiglie e luogo di residenza di campagna di molti nobili milanesi, Sesto San Giovanni, nel dopoguerra, prime amministrative aprile 1946, diventa «La Rossa», e comincia la lunga marcia di un regno incontrastato avvinghiato ai partiti politici della sinistra storica. Il Partito comunista italiano (Pci), in quel ’46, è primo con il 39,5 per cento dei voti; il Partito socialista italiano (Psi) prende il 31,5; la Democrazia cristiana (Dc), il 27,5, il Partito repubblicano sotto il 2 per cento. Tutti qui. Saranno sempre comunisti e socialisti il polmone amministrativo di una maggioranza comunale d’acciaio, quasi staliniano, che dura decenni in un perenne braccio di ferro con la Dc, mentre la Chiesa, con i Salesiani, entrava tra le povertà edificando il più grande oratorio d’Italia. La città che allora sfiorava i 100mila abitanti, oggi poco più di 81mila, non si è mai sentita una periferia, ma forte di un proprio senso identitario e una vitalità espressa dentro i quartieri e fatta di servizi sociali, sportivi (Geas basket, Pro-Sesto calcio), culturali, e questo ha permesso di non farla scivolare in una Manchester, simbolo negativo del declino industriale.

Il terrorismo rosso è stato un dolore. Qui nasce Prima Linea, qui hanno attecchito le Brigate rosse e trascinato il destino di parecchi giovani ragazzi. Walter Alasia era uno di loro. A Sesto, la Destra, politicamente parlando, non ci ha mai messo neppure l’alluce di un piede, se non in tempi molto più recenti. Ma oggi qualcosa potrebbe trasformare la storia, rimodellando quello che è sempre stato considerato un simbolo granitico e immutabilmente «rosso». Un «bottino» di un valore straordinario di cui farsi medaglia a imperitura memoria. Tanto che anche la politica romana si è scomodata per Sesto San Giovanni. Domenica 25 giugno il ballottaggio ci dirà chi impugnerà il timone, dopo una campagna elettorale dai risvolti incandescenti e dalle parole pesanti che non hanno risparmiato «toni violenti, accesi tanto da istigare l’odio, volantini anonimi e diffamatori», denuncia Monica Chittò, sindaco uscente Pd; «aggressioni fisiche contro nostri candidati, in un clima di paura» gli ribatte il rivale Roberto Di Stefano, Forza Italia, coalizione di Centro destra, sostenuto anche dalla Lega Nord. Qui i duellanti usciti dalle urne l’11 giugno: Chittò 9.417 voti; Di Stefano 7.933. A ballare sono i 7.372 voti andati a Giampaolo Caponi, alla guida di una coalizione civica arrivata terza, che al ballottaggio si è apparentato con Di Stefano. La storica conquista di Sesto «La Rossa», insomma, sembra una pagina già scritta. Se non fosse che tra le preferenze a M5S e ad altre liste minori ci sono in realtà ben 12.000 voti da riassegnare...

Ma quello che non si cerca di vedere è il «partito» dei 30 mila sestesi, su 61 mila aventi diritto, che l’11 giugno non sono andati a votare. Un crollo pesante, serio. La gente non si fa più trasportare da un pensiero politico, mentre i comizi sono esangui di simpatizzanti e ridondanti di slogan soporiferi. Il sestese interrogato per strada, ai tavolini dei bar che hanno preso il posto dei circoli di quartiere, consapevole che la crisi morde tutti, spiega di avere smarrito la passione politica e conferma il crescente malessere nei confronti della stessa politica così: «Urlano, gridano, promettono, guardano alla loro pancia. I blocchi politici e le divisioni storiche restano granitiche, la politica ha smarrito il contatto con il locale e noi cittadini siamo rimasti soli. Perché andare a votare?». Don Roberto Davanzo, parroco alla basilica di Santo Stefano, si dice preoccupato che un sestese su due non è andato a votare. Ma di più lo impensierisce il timore che una campagna elettorale dai toni così accesi possa ingenerare una spaccatura nel mondo cattolico, un clima da «scomunica reciproca»: «Le scelte di voto devono essere ispirate alla dottrina sociale della chiesa, non devono farci perdere le amicizie». L’argomento sotto i riflettori della polemica sono la moschea e il centro culturale islamico, oggi ancora un prefabbricato, ma già con un finanziamento elargito da una fondazione del Qatar per 2.500 metri quadrati di progetto.

In via Bernardino Luini ci accoglie Abdullah Dahmane Tchina, il direttore. Algerino di origini, da venti anni in Italia, quattro figli «italiani»: «La comunità ha deciso di tenere il silenzio stampa per tutto il tempo delle elezioni amministrative». Nel raccontarci che da più di venti anni l’attività di volontariato islamico è presente a Sesto in tante realtà sociali, ci conferma che quando il progetto sarà realizzato la nuova moschea potrà accogliere non più di 600 fedeli. La cifra viene confermata dal sindaco in carica Chittò. Mentre il candidato sindaco del centrodestra, Di Stefano, smentisce: «Noi siamo per la libertà di culto, ma contro un progetto così grande e che ospiterà ogni venerdì almeno 4.000 musulmani che giungeranno qui da tutta la provincia di Milano. Sono troppi. Il progetto è da ridimensionare alle sole esigenze di Sesto».

Nel cielo della «Stalingrado d’Italia», medaglia d’oro al valor militare per la resistenza al nazifascismo, per la difesa degli impianti industriali che erano pari a un quinto del patrimonio industriale di tutta la Nazione e che i soldati di Hitler volevano trasferire tout court in Germania, e per il valore di chi in quelle tragiche e funeste giornate di guerra, più di 300 operai, sacrificò la propria vita nelle prigioni fasciste, davanti ai plotoni d’esecuzione, alle torture, negli scontri armati e nei campi di sterminio nazisti, le ciminiere non sbuffano più di nerofumo. Le fabbriche sono state chiuse e le nuove generazioni non ne hanno memoria. Crisi immobiliare e inchieste giudiziarie hanno congelato la ricostruzione, segnato una lenta decadenza, il passato resiste nei giganteschi scheletri dei forni della Falck. Uno degli ultimi pezzi di antiquariato archeoindustriale è stato cancellato proprio qualche giorno fa. Era la grande insegna vinaccia sbiadita che indicava l’ingresso della «Breda» in viale Sarca, dopo il confine con Milano, lasciando definitivamente il posto ad alberghi, teatri e residenze. Dove erano gli impianti della Breda oggi c’è il parco del Carroponte. D’estate ospita una ricca stagione musicale che richiama ogni anno 300mila spettatori e star della musica italiana e internazionale.

Il vero futuro di Sesto è il recupero delle aree industriali dismesse: un boccone da un milione e 400mila metri quadrati di terreni privati. Dopo l’estate, conferma il sindaco uscente Chittò, si avvierà il cantiere della «Città della salute e della ricerca». Duecentomila metri quadrati di futuro e lavoro e occupazione medico-scientifica. Sesto San Giovanni oggi nella sua popolazione conta quasi il 17 per cento di «stranieri», migranti di questo presente giunti qui dagli angoli più remoti di questo nostro pianeta in cerca di fortuna: tanti nuovi «moderni operai» che però non indossano la tuta blu. «Io mi auguro solo che le polemiche sulla moschea di Sesto, in questi giorni di voto, non vadano a intaccare il bel lavoro che è stato fatto a Sesto per costruire un clima di civile convivenza tra comunità – osserva don Davanzo –. Ricordo una cosa: nei nostri oratori estivi ci vengono affidati anche molti bambini di religione islamica».

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: