«Ius culturae», perché c'è tempo per fare la cosa giusta e farla adesso


Marco Tarquinio giovedì 28 settembre 2017

Gentile direttore,
le chiedo ospitalità perché credo che su un tema così decisivo come quello dell’accoglienza e dell’integrazione – al quale lei sta dedicando molto spazio sul suo giornale – il dibattito pubblico non possa essere determinato da semplificazioni e schematismi che trasformano una questione complessa e delicata in uno scontro tra tifoserie: pro ius soli uguale accoglienza, contro ius soli uguale razzismo. Ho letto attentamente la prolusione del presidente della Cei, tanto da dichiarare che aderivo in toto alle sue parole. Ne cito alcuni passaggi, quelli che hanno fatto titolare molti giornali: la Chiesa vuole lo ius soli. Noto che queste due parole non compaiono mai nel discorso del cardinale Bassetti, che, citando papa Francesco, parla al riguardo di «prudenza, intelligenza e realismo», di «grande responsabilità» che salvaguardi «i diritti di chi arriva e i diritti di chi accoglie». Il cardinale conclude il suo ragionamento dicendo: «Penso che la costruzione di questo processo di integrazione possa passare anche attraverso il riconoscimento di una nuova cittadinanza, che favorisca la promozione della persona umana e la partecipazione alla vita pubblica di quegli uomini e donne che sono nati in Italia, che parlano la nostra lingua e assumono la nostra memoria storica, con i valori che porta con sé». Nascita, lingua, memoria storica e valori. Questo non è ius soli, questa è la proposta di uno ius culturae. Esattamente ciò che noi abbiamo fatto inserire nella prima parte della legge, alla quale, là dove tratta di ius soli, manca ancora una cosa: l’assunzione della nostra memoria storica e dei valori che porta con sé (quelli sanciti dalla nostra Costituzione) e il riconoscimento del ruolo fondamentale della famiglia. L’acquisizione della cittadinanza non è un punto di partenza, ma un punto di arrivo. L’attore di questa appropriazione non può essere solo il bambino nato in Italia da genitori stranieri, occorre che in questo processo sia coinvolta la sua famiglia, che è responsabile della sua educazione. È su questo che noi chiediamo di discutere, modificando l’attuale legge, rispettando l’accordo fatto in occasione del voto favorevole alla Camera dei deputati due anni fa. Ci viene detto, invece: voto di fiducia, prendere o lasciare. Allora preferisco rimandare. Io non voglio una legge purchessia che rischi di ottenere il contrario di ciò che si prefigge, l’integrazione. Voglio una buona legge. Dico quindi, con realismo: prendiamoci il tempo per discuterne. Non dobbiamo appuntarci una medaglia sul petto per mostrarla in campagna elettorale, dobbiamo risolvere nel modo migliore un problema: accogliere e integrare evitando – per citare ancora il cardinale Bassetti – il diffondersi di una «cultura della paura». Con stima

Maurizio Lupi - Coordinatore nazionale di Alternativa Popolare

Prendo atto volentieri, gentile coordinatore Lupi, delle sue parole che, in sostanza, sembrano intelligentemente schiodare il suo partito dalla posizione ostruzionistica assunta e riaprono la prospettiva del varo in questa legislatura della legge sulla cittadinanza basata sullo ius culturae. È quanto da queste colonne abbiamo auspicato più volte, e anche ieri mattina commentando con preoccupazione la deludente, ribadita indicazione venuta dalla Direzione di Ap: no a una legge giusta perché questo, a pochi mesi dalle elezioni, sarebbe un momento sbagliato. Lei non usa questa formula, davvero insostenibile quando si parla di diritti e doveri (purtroppo non riconosciuti e non tutelati) delle persone. E di ciò io le sono grato. Lei dice – se intendo bene, e credo di intendere bene – una cosa decisamente diversa. Dice, cioè, che il testo di legge varato alla Camera due anni fa – dopo un serio lavorìo del quale proprio lei, da capogruppo del suo partito, fu protagonista – potrebbe essere ulteriormente migliorato. Ci si poteva pensare prima, verrebbe da dire. Ma conosco la politica, e allora dico che non è mai troppo tardi per provare a migliorare un testo pur già lavorato di lima e negoziato dalle forze che l’hanno approvato a Montecitorio. Provare, voglio dire, a concordare pochi, seri e calibrati ritocchi, creando le premesse per una veloce approvazione al Senato e un’altrettanto rapida ratifica definitiva alla Camera. Volendo, il tempo c’è, eccome. Altrimenti, l’unica scelta seria sarebbe tenere fede ai patti. Tanto più che tutti sanno che in questa stessa legislatura la maggioranza di governo ha trovato più volte il modo per dire sì nei tempi prestabiliti a molte altre norme, alcune – a ragione – assai più controverse. I diritti civili (e i doveri) di italiani mantenuti senza cittadinanza solo perché figli di immigrati contano forse meno dei diritti e (doveri) di persone dello stesso sesso che decidono di vivere insieme o dei diritti (e doveri) rimodulati con la riforma del mercato del lavoro chiamata Jobs Act? Per quelli, se necessario (e non sempre lo era davvero), si poteva ricorrere alla fiducia e per questi no? La domanda non è soltanto ad Ap. Un consiglio, infine: non serve ingegnarsi a “tradurre” il pensiero del presidente della Cei: il cardinal Bassetti ha parlato con lineare chiarezza e le sue parole non offrono alibi, chiedono responsabilità. Bisogna dimostrarsi liberi dalla «cultura della paura». Che è pessima consigliera anche in Parlamento. La stimo, onorevole Lupi, e penso che lei sappia qual è il modo giusto.

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